Strani giorni

Il 31 dicembre 2019 è stato segnalato un focolaio di casi di polmonite di eziologia sconosciuta a Wuhan, in Cina.

Il 9 gennaio 2020 la Cina ha riconosciuto come agente causa dell’epidemia un nuovo coronavirus. La malattia associata al virus viene definita malattia da nuovo coronavirus 2019 (COVID19).

Il governo con delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio 2020 è stato dichiarato, per i successi 6 mesi, lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili – COVID-19. L’emergenza sanitaria che ha sconvolto il nostro paese ha inizio il 21 febbraio 2020 a Codogno, in provincia di Lodi, si scopre il primo caso di coronavirus in Italia. Questo ragazzo, 38 anni, è il “paziente 1”.

Per la prima volta un paziente italiano risulta positivo al coronavirus. Arriva in ospedale con un quadro di polmonite gravissima ed il racconto della moglie della cena con un amico rientrato dalla Cina ha fatto accendere ai medici un campanello d’allarme.  Hanno fatto il tampone ed è risultato positivo.

Solo due giorni dopo la scoperta del caso il premier annuncia Codogno zona rossa. Mentre tutta l’attenzione era rivolta a Codogno il virus da più di un mese si diffondeva indisturbato.

Mentre il virus circolava senza che i medici avessero la possibilità di riconoscerlo a Milano scoppia la cosiddetta bomba epidemiologica. Nessuno tra gli esperti aveva capito la portata del pericolo. C’era chi addirittura la definiva un’infezione appena più seria di un influenza. Nonostante si cerchi di minimizzare la situazione, la diffusione del virus ormai inarrestabile.

A Vo’ Euganeo si registra il primo morto, 78 anni. Il virus continua così la sua corsa diffondendosi nella provincia di Bergamo provocando situazioni che poi si sono amplificate con l’arrivo in ospedale di soggetti sintomatici ma non ritenuti tali che hanno ulteriormente diffuso nella comunità la malattia.

Il 23 febbraio in un ospedale bergamasco viene evidenziato il primo caso di coronavirus, zona più colpita dalla pandemia. Quello stesso giorno il presidente del consiglio Conte firma il primo dpcm: dichiara zona rossa in 10 comuni tra Lombardia e Veneto.

Il 4 marzo la ministra dell’istruzione Azzolina annuncia la chiusura delle scuole fino al 15 marzo ma da quel giorno gli studenti degli istituti di ogni ordine e grado non sono più tornati tra i banchi di scuola. È chiaro che è stato l’ospedale uno dei veicoli maggiori di contagio che poi hanno riscontrato tutte quelle morti.

Il 5 marzo il presidente Mattarella durante una conferenza annuncia che <dobbiamo e possiamo avere fiducia nell’itala>.  Ed eccoci all’8 marzo 2020, viene annunciato un nuovo decreto dal presidente del consiglio “Lombardia e altre province diventano zona rossa”.

Il 9 marzo il premier firma il decreto denominato “io resto a casa” ossia comincia per l’Italia il lockdown: non ci sarà più una zona rossa, ma l’Italia zona protetta.

A fine febbraio il virus si era disseminato in più di 100 paesi al di fuori della Cina ed il direttore dell’OMS dichiara il COVID19 pandemia globale l’11 marzo 2020.

Arriva così il 17 marzo dove un uovo decreto porta alla nascita di “cura Italia”: “nessuno deve sentirsi abbandonato”.

Il 27 marzo è stato un giorno un po’ differente. Papa Francesco indice la preghiera straordinaria in una piazza San Pietro deserta e annuncia delle parole prima della benedizione Urbi et Orbi: “Signore, non lasciarci in balia della tempesta”. Parole che donano speranza ad un’Italia immersa nella paura.

VENICE, ITALY – MARCH 9: A completely empty San Marco Square is seen on March 9, 2020 in Venice, Italy. Prime Minister Giuseppe Conte announced a “national emergency” (Photo by Marco Di Lauro/Getty Images)

Il 27 marzo è il giorno più nero: muoiono 969 persone. L’esercito porta via le salme da Bergamo.

Il 1° marzo il premier proroga le chiusure sino al 13 aprile ed annuncia che si inizierà a valutare la fase 2. Ed il 10 aprile viene ulteriormente prorogato il lockdown sino al 3 maggio, giorno che darà inizio alla cosiddetta fase 2.

Prosegue il calo della pressione sulle strutture ospedaliere m non siamo ancora fuori da questo incubo.

 Il 12 aprile Papa Francesco celebra la Santa Pasqua nella quale ci chiede di pregare e mantenere viva in noi la speranza, di non sentirci mai soli perché Dio veglia sempre su di noi e di avere fiducia in Lui.

Il 24 aprile vengono registrati 464 deceduti finalmente si inizia a vedere una discesa del trend epidemiologico.

Il 25 aprile il presidente della repubblica Mattarella da solo e con la mascherina all’altare della patria.

L’Italia ha manifestato coraggio, inizia finalmente la fase 2.

Ma cos’è il covid19? E’ un virus appartiene alla più generale famiglia dei coronavirus, ossia una famiglia di virus respiratori a filamento singolo di RNA a senso positivo. Il nome deriva dal loro aspetto al microscopio dove le proteine poste alla superficie creano un immagine a corona. Queste proteine sono quelle che permettono di legarsi alla membrana della cellula che andranno ad infettare. Il virus penetra all’interno della cellula ospite e la obbliga a codificare l’RNA, da qui andrà poi ad infettare le altre cellule. Questa classe di coronavirus è sconosciuta al sistema immunitario dell’uomo che quindi non sa difendersi dall’attacco e lo subisce diventando particolarmente pericoloso e violento in particolare a soggetti deboli a livello immunitario, renale, cardiopolmonare e metabolico.

I sintomi più comuni sono malessere, febbre, faringite, cefalea e nei casi più gravi può causare polmoniti, insufficienze renali e morte. La diagnosi per il riconoscimento dell’effettiva presenza del virus è permessa dall’esame di un campione con il tampone faringeo con esito in sole 2-3 ore.

Il rischio di contrarre il virus è maggiore in presenza di ulteriori patologie ma ciò non toglie che chiunque può contrarre la malattia attraverso contatto diretto per via aerea. Un malato diffonde il virus già dall’ingresso nell’organismo e quindi anche prima della comparsa dei sintomi.

Nessun virus è capace di vivere e riprodursi all’esterno di un organismo ma può sopravvivere un po’ di tempo all’esterno.

Le misure di prevenzione contro il rischio biologico

  • •          Evitare assembramenti non necessari
  • •          Formazione ed aggiornamenti ai lavoratori esposti
  • •          Screening gratuiti degli operatori
  • •          Norme igienico/sanitarie
  • •          Evitare contatto diretto ed avvicinamento
  • •          Mantenere distanze di sicurezza (1 metro)
  • •          Incremento vigilanza

Durante queste prime settimane sembrava un po’ tutto surreale, come se stessimo vivendo dentro un film e inizialmente la storia non è ben chiara ma che pian piano iniziamo a capire e ci fa sempre più paura e non vediamo l’ora che finisca, come fosse tutto un brutto sogno, un incubo.

L’Italia nonostante tutto non si tira indietro. Alcune aziende di produzione convertono la loro attività di produzione e la dirigono verso l’aiuto umanitario e quindi alla produzione di DPI, come mascherine.

Ci si rende conto anche di un’altra urgenza molto importane come quella della raccolta del sangue, o dei posti in terapia intensiva non sufficienti per accogliere ed affrontare la malattia.

Ma è proprio nel momento in cui sembra impossibile combattere il virus che giungono aiuti umanitari e sanitari dall’estero, in particolare da Cina Albania e Germania. Quest’ultima si rese disponibile ad offrire 85 posti letto in cui potranno essere trasferiti pazienti covid.

Sorgono donazioni da tutta Italia per sovvertire e sostenere strutture ospedaliere. In particolare si rende possibile la costruzione di un ospedale intensivo unicamente con fondi.

L’unico modo per far fronte al virus è raggiungere l’immunità di gregge, che si otterrà soltanto nel momento in cui il 70% della popolazione verrà vaccinata. Si sente anche parlare di un vaccino sperimentale che la svizzera testerà a fine estate. Nel frattempo si cerca di tamponare e rimarginare la malattia somministrando una combinazione di farmaci virali.

Ecco come seguono le mie giornate. La mattina mi alzo presto, si fa così per dire, perché le notti sono lunghe, interminabili e non prendo sonno facilmente. Sveglia alle sette e mezza, colazione e subito mi collego alle lezioni online. Si, proprio così, la scuola non si è tirata indietro e lo dico con il cuore colmo di gioia perché nonostante tutte le difficoltà che stiamo vivendo c’è lei, efficiente come sempre, a supportarci e a darci la possibilità di metterci in gioco e reagire anche durante questi periodi così bui.

Finite le lezioni mi dirigo in cucina e qui comincia il calvario. Si accendono le televisioni e si comincia ad ascoltare quella serie di notizie che sembrano non finire mai ed il dolore e lo sconforto mi assalgono sino a chiudermi lo stomaco.

Ormai queste sono diventate le giornate tipo, in casa non si parla d’altro. Sembra come se questo virus oltre ad impadronirsi della nostra quotidianità si stia impadronendo delle nostre menti e noi dobbiamo lottare anche contro noi stessi per evitare di concentrare le nostre giornate solo su pensieri infiniti.

Arrivano così le 18:00 e ci si collega nuovamente per gli aggiornamenti.

Oggi è stata una bella giornata. In realtà diversa. Stamattina mi sono svegliata e senza che me accorgessi ho sorriso, era un po’ che non sorridevo. Ne avevo proprio bisogno. Ho aperto la finestra e il sole mi ha illuminato il viso. Sentivo il cinguettio degli uccelli ed improvvisamente ho alzato lo sguardo al cielo ed ho detto < Dio ti ringrazio, grazie per questo giorno di speranza. Grazie per non abbandonarci e non lasciare le nostre vite senza la tua guida. Fa che la strada della speranza possa sempre essere illuminata proprio come questo sole mi illumina oggi.>.

 È stato davvero un bel giorno e lì ho capito che non potevo permettere al dolore di prendere il sopravvento ma bensì dovevo alzarmi, mettere il mio abito migliore e sorridere alla vita che mi era stata donata.

È il 25 marzo, stasera Conte parlerà in diretta su territorio nazionale e ci aggiornerà sulle nuove direttive per le settimane a venire. Misure urgenti dicono. Dobbiamo stare a casa. E a sentire questa frase sorrido involontariamente perché non esco da 20 giorni ormai e mi sembra quasi impensabile che ci siano persone così insensate da ritenersi immuni e mettere a rischio non solo la propria salute.

Conte prolunga la quarantena, ancora una volta, ma questa volta assumo maggior consapevolezza di ciò che sta accadendo e inizio a riflettere sulle responsabilità di cui egli si sta facendo carico, in un momento in cui di responsabilità non ne vuole sentir parlare nessuno. Dice che bisogna circolare solo per necessità e che bisogna presentare un foglio da mostrare nel caso i controlli della polizia chiedessero informazioni. Dice che la situazione è peggiorata.

 L’intera nazione è a rischio, e non solo economico e sociale, ma ci si rende sempre più conto che non siamo preparati a combattere questo virus, nessuno lo è.

Questa conferenza termina con l’esito obbligatorio di rispettare le norme imposte benché lo stato le ritiene necessarie per affrontare la pandemia. Mi capita di entrare sui social e notare la diffidenza delle persone nei confronti delle direttive obbligatorie prese e imposte dal nostro stato. Riesco a percepire la paura nelle frasi e nei post che vedo pubblicare. Vedo la paura di un padre e di una madre che non hanno idea di come fare per tirar avanti la famiglia. Gente terrorizzata non tanto dall’oggi ma dal domani. È proprio vero che le cose incerte fanno paura. Tutto questo fa paura.  Tanta paura.

 È il 26 marzo e si tirano le somme di questo mese oramai volato quasi senza che ce ne accorgessimo e che ci ha catapultato in una realtà ancora sconosciuta e ci sta aprendo gli occhi ad un futuro quasi incerto. Ascoltiamo quei medici, ricercatori, igienisti e ci rendiamo conto che è tutto vero. Nessuna favola. Nessun film. Nessun lieto fine. Non sono più una bambina. Nessuno mi rassicura più. Mi chiedono di essere matura, adulta, di prendere con serietà quelle parole, di non scherzarci su, di non giocare con la mia vita e quella dei miei familiari.

80539 casi su territorio nazionale 10361 guariti, 24753 ricoverati e 3612 in terapia intensiva. Numeri che fanno paura. Ad un tratto ho i brividi e sento le guance umide, le mani gelate e come se qualcuno o meglio qualcosa mi stesse risucchiando la gioia, i miei 17 anni, la mia spensieratezza. E ad un tratto i miei pensieri cambiano improvvisamente, mi sento un egoista a pensare alla mia vita in lockdown, alla mia libertà negata quando ci sono persone che lottano tutti i giorni e che non sanno se potranno mai più vedere un loro familiare anche solo per un addio.

Questa è forse la parte peggiore, perché è quella nella quale prendiamo davvero la consapevolezza di quanto grave sia la situazione. Così ci impegniamo ad occupare le giornate, a pensare ad altro con la speranza che tutto questo finisca in fretta e di poter così riprendere in mano le nostre vite. Io ad esempio mi sono messa all’opera. Ho acceso forno, fornelli e messo, per così dire, le mani in pasta. Torte, tortini, primi, secondi che ad un certo punto non avevo più dove mettere. Abbiamo mangiato avanzi per una settimana.

Nei giorni successivi arriva la notizia che il governo ha chiaro che le restrizioni disposte finora in tutta Italia dovranno essere estese ben oltre il 3 aprile. E se la curva epidemica non accennerà ad abbassarsi si renderà necessario un nuovo decreto che contempli il divieto assoluto di svolgere attività all’aperto. I dati giunti dalla protezione civile ci informano che l’Italia ha superato la Cina per numero di morti. E così arrivano richieste dalla Lombardia di chiudere anche uffici e cantieri. Il ministro Azzolina informa anche che non è possibile stabilire una data riapertura scuole e che tutto dipende dall’evoluzione della curva nei giorni successivi ma è ben chiara a tutti l’ipotesi ormai quasi certezza che le scuole non riapriranno per quest’anno.            

Arriva così l’1 aprile con una notizia tanto attesa. Il picco è stato finalmente raggiunto, lo dichiara il presidente dell’ISS. E se il dato dei contagi è troppo legato a variabili come il numero di tamponi effettuati, la casella di chi finisce in ospedale conferma che la diffusione del covid non si è fermata ma è comunque decisamente più lenta.

L’ISS ha inoltre avviato dal 24 marzo una survey specifica sul contagio covid19 nelle residenze sanitarie assistenziali (RSA). L’obiettivo è quello di monitorare la situazione e di attuare strategie di rafforzamento dei programmi di prevenzione ICA. Benché all’inizio dell’emergenza su oltre 600 RSA ispezionate circa il 17% presentava irregolarità nella gestione di procedure o i riferimento alla formazione degli operatori o alla mancata presenza e utilizzo di DPI.

Un rapporto indica che su 3859 soggetti deceduti, 133 erano risultati positivi al virus mentre 1310 avevano sintomi simil-influenzali. Purtroppo tali strutture per quanto ben funzionanti, non sono né strutturalmente né fisicamente funzionali a gestire situazioni così delicate, dovute anche al fatto della presenza, in tali strutture, di soggetti malati anziani portatori di una malattia ancora poco conosciuta e molto contagiosa.

Quindi per quanto efficienti le strutture potrebbero diventare bombe di contagio che rischierebbe di moltiplicarsi in modo esponenziale noi confronti di soggetti particolarmente suscettibili per età e pluripatologie correlate.

Strani giorni questi ma forse è proprio questo senso di vuoto ed indifferenza che mi spinge a dar valore a tutto ciò che forse sino ad ora abbiamo dato troppo per scontato. A ricordare che ognuno di noi è umano, che ognuno di noi si sente in qualche modo soffocato dalla mancanza della quotidianità, dei gesti semplici ai quali davamo poco valore. Ci si rende conto che sino ad oggi ci siamo sentiti intrappolati in una realtà invece libera e che a volte consideravamo insignificante.

Mai come adesso mi rendo conto del valore di un messaggio affettuoso, una foto che ricorda momenti di trascurabile felicità, un profumo o qualsiasi cosa mi abbia fatto sorridere. Adesso mi dà coraggio la bellezza, il rendermi conto che mettere il cuore ovunque e il pensare che l’amore non viene ucciso dal dolore mi consola e mi conforta.

Pensare che siamo tutti complici e che ognuno di noi possa essere come un cioccolatino e un buon cerotto per quando le persone intorno a noi si sentono sole, tristi e hanno voglia di mollare tutto. Ma l’idea che ci sia qualcuno pronto a prenderci per mano e sorreggerci mi dà un senso di leggerezza.

L’eroismo di chi combatte in prima linea è un patrimonio che va al di là di qualsiasi opera d’arte.

Quindi siate ottimisti ed amate la vita. Tutto si supera nella vita se si hanno i giusti alleati a fianco

GERACI ANTONELLA 4DBS

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.