MERAVIGLIOSO… OTTO GRADINI PER IL PARADISO

Eccolo lì Giuseppe, il nostro piccolo angioletto, che ci guarda da lassù, e magari sorride. Eccolo lì il nostro guerriero privo di corazza e di elmo, Dio sapeva che quella manina non sarebbe mai stata lasciata sola. Soprattutto quando si trattava di quell’arancia: un neuroblastoma che tramava indisturbato.

Guardiamo da vicino la storia del nostro piccolo ometto, intervistando le due persone a lui più care: mamma Anna e papà Vincenzo.

D: QUAND’E’ NATO PEPPE?

R: Giuseppe è nato il 25 Settembre del 2005, era bello e in ottima salute, era un bimbo buono e tranquillo.

D: GIUSEPPE AVEVA UN RAPPORTO BELLISSIMO CON LA MADONNINA E CON PADRE PIO! COSA VI RACCONTAVA DEI SUOI SOGNI E DELLE SUE VISIONI?

R: V: Questo è successo dopo la malattia, lui parlava di una bella signora e di un nonnino che lo toccava; quando lui era al secondo piano in ospedale, per fare la biopsia, io gli ho messo un’immaginetta in tasca, arrivata da Milazzo, quando lui la vede mi dice “a papà io a lui lo conosco, mi è venuto a trovare al secondo piano.” Da lì abbiamo capito che lo vedeva e che dava buoni propositi.

D: COME AVETE SCOPERTO IL PROBLEMA?

R: Pancino gonfio, occhi cerchiati, inappetenza e febbriciattola.

D: IN OSPEDALE A PAVIA COME VI SIETE RAPPORTATI CON INFERMIERI E BAMBINI?

R: V: Quando siamo entrati la prima domanda è stata” perché a noi?” Poi ti passa subito quando vedi tutti quei bambini uguali, tanti soldatini senza capelli e una mascherina sulla bocca e sul naso, poi pensi anche agli altri e dici “perché tutto questo?”

Come Gesù, il piccolo uomo accettava la volontà del padre, ogni giorno si cariava della sua Croce armato di fede, proseguiva il suo viaggio. Pavia custodiva tanti segreti, tanti spezzoni di un film; famiglie senza casa, senza auto, senza affetti e senza radici. Partivano dalle loro case lasciando lì le loro vite, dimenticando di averne una, ricominciandone una nuova. Rosari di legno, di plastica, di metallo, appesi al collo, tra le mani, tra i farmaci… Gesù in quelle stanze. Bambini martoriati, trapiantati, finiti e provati. Guardavi i loro occhi ed entravi in un mondo inesplorato, in un mondo privo di colori, senza favole, senza fata turchina e senza lampada di Aladino. Esisteva solo la strega cattiva: Neuroblastoma, Leucemia, Tumori di ogni forma… Ogni stanza ospitava angeli pronti per il cielo. Angeli senza le ali, angeli senza cielo ma pronti per il cielo… Li salutavi la sera e il mattino non cerano più. Lì, dove quei muri se potessero parlare avrebbero anni e anni da raccontare. Lì, dove ritrovavi sorelle e fratelli per piangere sulla loro spalla. Lì, unico posto in cui si sapeva di essere capiti e non giudicati. I sogni morivano prima di nascere. Il reparto di oncologia pediatrico era una scuola: la scuola per il cielo, non sempre però, a volte li preparava per la vita.”

A: Con medici e infermieri si è una famiglia: il sorriso era per tutti, l’affetto era per tutti, si mangiava insieme e si faceva tutto insieme. Medici… con la M maiuscola.

D: COME MAI AVETE DECISO DI SCRIVERE QUESTO LIBRO CON QUESTO TITOLO E CHI VI HA DATO LA FORZA DI SCRIVERLO?

R: V: Per non dimenticare tutto il tempo bello passato, anche se nella malattia. Abbiamo scelto questo titolo perché siamo andati a mangiare in una pizzeria e lui ha messo i soldi nella macchinetta delle palline e gli è uscita una pallina con il numero 8. Poi quando lui se ne è andato il prete nell’omelia ha detto che per entrare nel paradiso a lui bastavano 8 beatitudini. E meraviglioso perché lui era meraviglioso.

A: la forza ce l’ha data lui perché io non sono una scrittrice, io scrivevo e mio marito dettava, ed è venuto fuori questo capolavoro, senza pensare a quello che scrivevamo. Quindi il suo aiuto sicuramente c’è stato.

D: VOI AVETE DUE BAMBINI STUPENDI, SECONDO VOI IN QUALCHE MODO SI RAPPORTANO CON GIUSEPPE?

R: A: Esteticamente si assomigliano, ma lui era Giuseppe, lui è Salvatore che è tremendo e lei è Miriam che è una principessa.

V: Miriam poteva avere due anni e giocava con la barca dei pirati nella stanza di Giuseppe, io sono passato e lei mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “Papà ti ricordi?” e poi si nascose. Quella battuta l’ha fatta Giuseppe in ospedale mentre giocavamo con la barca dei pirati. E in quel momento io ho pensato che lei o aveva qualcuno accanto oppure LA VITA E’ STRANA.

Piccolo intervento di Miriam: lui veniva a giocare con me e io lo vedevo là dove ora c’è il mio letto.

D: CHI HA SCELTO IL NOME DI MIRIAM?

R: Il nome di Miriam l’ha scelto Giuseppe, perché diceva sempre che se avesse avuto una sorellina  avrebbe voluto chiamarla Miriam.

D: A PAVIA COSA SUCCESSE?

R: V: Noi cercavamo casa, volevamo affittare una canonica e siamo entrati in una chiesa antica, abbiamo visto una statua di legno del Sacro Cuore di Gesù, ci siamo avvicinati perché i suoi occhi erano bellissimi. Mia cognata si è accorta che gli scendeva una lacrima dall’occhio e costeggiava tutto il naso fino alla bocca, io la prima cosa che ho fatto è stata quella di andare a vedere se dietro c’era qualche marchingegno, ma non c’era niente e non poteva cadere dal soffitto. E ce lo siamo tenuto come buon segno anche se non lo era, perché piangeva.

D: COS’E’ SUCCESSO QUANDO AVETE APERTO LA PORTA DELLA CHIESA DI SAN GIOVANNI ROTONDO?

R: A: Lì c’è stata un’emozione forte perché noi stavamo scendendo a casa dopo 10 mesi e quando Giuseppe entrò in quella chiesa le campane cominciarono a suonare a festa.

V: Ci siamo seduti che la messa stava cominciando, ma Giuseppe non voleva starci in chiesa e allora gli ho fatto vedere un po’ la chiesa e siamo scesi dove c’era una volta Padre Pio e gli dico “andiamo Giuseppe che Padre Pio qui non c’è” e lui mi ha risposto “no papà guarda Padre Pio è là” ed era insistente. Mentre stavamo andando via, è arrivato un frate e gli ho chiesto dove fosse collocata la statua Padre Pio e lui mi ha risposto che era proprio lì dove mi diceva Giuseppe. Erano segnali belli, ma particolari.

D: ESTETICAMENTE GIUSEPPE ALLA FINE DI QUESTO TRAGICO CAMMINO COM’ERA?

R: A: Era bellissimo, sembrava che dormisse e che avesse cancellato tutto quell’anno di dolore, di sofferenza, perché gli sono ricresciuti i capelli quella mattina. Emanava un profumo bellissimo, gli chiesi anche agli infermieri se l’avessero lavato e loro ci hanno detto di no.

V: Era il profumo che ci ha perseguitato dall’inizio. Quando parlava di Padre Pio diceva che i suoi guanti emanavano un profumo di fiori.

D: COSA FATE ANCORA OGGI PER IL COMPLEANNO DI GIUSEPPE?

R: Lanciamo i palloncini, come a casa mettevamo il palloncino a forma di numero.

D: SE CON UNA PAROLA POTESTE DIRMI COME VI SENTITE IN QUESTO MOMENTO, QUALE SAREBBE?

R: V: Quando noi parliamo, molti dicono “ma ci stai male?” Beh, stai male quando ti ricordi i passaggi più brutti. Ma io quando parlo di lui sono felice.

A: Io quando nomino Giuseppe sto bene, perché sono contenta di aver avuto un figlio come lui, avrei preferito che fosse rimasto ancora qui con noi, però vuol dire che la sua strada era quella, per insegnarci qualcosa in più e farci capire determinate cose. La sua missione era quella.

Abbiamo deciso di scrivere della nostra storia e di Giuseppe perché devolvere i soldi della vendita del libro ai piccoli affetti da Neuroblastoma. Il nostro scopo è quello di rendere felici gli amici di Peppe… per un giocattolo, per un dono che possa ricordargli che Peppe li aiuterà dal cielo a non perdere mai la speranza e soprattutto il sorriso.

Per noi è un onore andare in ospedale a spendere quel piccolo ricavato per farli felici, per me è una gioia andare in ospedale a incontrali!

Ciao Peppe

MARIKA CAMBRIA 3°A BS.

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