Federica Paiola: il pensiero di un magistrato-donna per gli studenti

La dottoressa Federica Paiola, magistrato della Procura di Barcellona P.G., dedica un pensiero e un saluto agli studenti del Majorana

Federica Paiola: il pensiero di un magistrato-donna per gli studenti

Una volta, quando avevo già superato il concorso ed ero in servizio per il tirocinio al Tribunale di Torino, mi chiesero perché avessi scelto di fare il magistrato. Dopotutto, è nient’altro che il risvolto della domanda, cui si è avvezzi sin da piccoli: “che cosa vuoi fare da grande?”. Ma questa volta, nel cercare la risposta, non ritrovai niente di quello slancio sicuro, eppure incosciente e bellissimo, di quando replicavo: “il magistrato”.

Ebbi, invece, l’immediata sensazione di non sapere che cosa mi avesse spinto, guardando la trasmissione televisiva dei processi degli anni ’90, a dire “mamma, da grande voglio fare quello lì”; a scegliere, poi, il liceo classico “perché mi prepara meglio per giurisprudenza”; ad abnegare deviazioni dallo studio, senza sentirne il peso come di un sacrificio; ad avvertire, in quei giorni che componevano i mesi precedenti il concorso, rinnovarsi costantemente la spinta, fisica e mentale, a dare tutto il possibile per farcela, anche quando ero sicura che non ce l’avrei fatta.

Per molti di quelli che eppure mi conoscono, così come per me stessa, rimane oggi difficile da spiegare il fascino di quel ruolo, che coniuga in sé il senso di sicurezza e l’autorevolezza e terzietà (intesa quest’ultima come condizione di distanza dagli interessi materiali e spirituali dell’uomo), della legge e dello Stato, che la toga rappresenta, con le insicurezze e le debolezze e passioni umane, proprie dell’individuo che quella toga veste; di chi, anche quando dismette la toga, non può dimenticare di “essere” (non, più semplicemente, “fare”) il magistrato e, quando la indossa, non deve dimenticare di essere un uomo che decide di altri uomini; al quale si chiede di fornire una risposta che sia “giusta”, tanto per il colpevole quanto per la sua vittima, e di raggiungerla astenendosi dal giudizio.

Si capirebbe soltanto se, in un’aula di tribunale, sentendo il giudice, in piedi di fronte, pronunciare, prima della sentenza, “in nome del popolo italiano”, sotto la toga venisse la pelle d’oca; e nessun altro posto sembrasse, in quel momento, il migliore dove stare; e poi, ormai senza toga, tornare a casa ed essere felice, senza saperne il perché. 

E’ quello che auguro a tutti i vostri studenti.

Federica.

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