Il “Parco Museo Jalari” un luogo tra passato e presente

Il "Parco Museo Jalari" un luogo tra passato e presente

Il Parco Museo “Jalari”, si trova sulle colline intorno a Barcellona Pozzo di Gotto che si estende sui monti Peloritani per una superficie di 35 ettari. Esso – come si legge nella presentazione della sua pagina internet – “nasce da un sogno e cresce con la perseveranza e la costanza di 30 anni di lavoro delle famiglie Pietrini e Giorgianni”, che lo hanno realizzato e lo custodiscono ancora con cura cercando di valorizzarne i tesori etno-storici e artistici che, perfettamente integrati nell’ambiente e nel paesaggio, vi sono raccolti.

Il "Parco Museo Jalari" un luogo tra passato e presente

Il parco prende il nome dalla stessa contrada in cui si sviluppa, “Jalari”, che in arabo significa “pietra luccicante”, la stessa pietra che è stata utilizzata per la sua realizzazione. A differenza dei musei tradizionali, però, a “Jalari” i 15.000 reperti non sono raccolti in un museo ma sono collocati in ben quarantadue botteghe artigiane allo scopo di ricreare fedelmente l’atmosfera e la vita di un tempo, in cui gli oggetti sono come presumibilmente si trovavano nelle migliaia di botteghe che popolavano e animavano la vita dei quartieri di un tempo. La particolarità del “Parco Museo Jalari” è quindi rappresentato proprio dagli ambienti e luoghi di lavoro degli artigiani che ricordano gli antichi mestieri collocati in locali perfettamente ricostruiti.

Il "Parco Museo Jalari" un luogo tra passato e presente

In particolare si possono ammirare le seguenti botteghe artigiane o luoghi di lavoro:

  • “U sattu” – Il sarto. Con l’immancabile metro al collo, il sarto stava dietro al lungo banco su cui tagliava, imbastiva, stirava o seduto alla macchina da cucire, la gloriosa ‘Necchi’ o la ‘Singer’. Usava i ferri da stiro a carbone e quelli ad acqua, la macchina per i bottoni a pressione, la mezzaluna per stirare, la raccolta dei modelli ed il metro in legno.
  • “U firraru” – Il fabbro, che forniva strumenti per il lavoro, armi per la difesa e la guerra, utensili per la casa e per il culto. Usava il grande mantice, utilizzato per alimentare il fuoco e spesso azionato da bambini apprendisti, la forgia, l’incudine, il martello, le varie pinze per tenere i ferri da battere.
  • “U Tilaru” – il Telaio. Qui l’insegna non è stata dedicata all’artigiano dato che la fabbricazione dai tessuti constava di vari processi a cui le donne provvedevano partendo dal materiale grezzo: filavano, tessevano e rifinivano i tessuti. Vi era il grande telaio con i suoi pettini e le sue navette, le pale e le mazze per battere lana lino e canapa, “u nimulu” per avvolgere le matasse.
  • “U Mulinu”. Il mulino è un impianto per la macinazione del grano. Questo ricostruito a “Jalari” è a pale orizzontali e rappresenta una delle più grandi innovazioni portate dai Romani in Sicilia. Vi erano le pale in legno nel seminterrato, dove arrivava l’acqua. Al piano superiore le due macine in pietra, la più grande (fissa) posta in basso, la più piccola (mobile) in alto.
  • “U Spiritaru” – l’estrattore dell’olio essenziale. L’estrazione degli oli essenziali dagli agrumi fu per molto tempo una delle principali fonti di guadagno per l’economia della provincia di Messina e di Barcellona. In dialetto siciliano “U Spiritaru” era colui che estraeva dagli agrumi l’essenza alcolica custodita dai pori delle bucce. Vi erano: I coltelli affilatissimi, con cui venivano tagliate le arance, i “rasteddi”, particolari cucchiai uncinati ed affilati utilizzati per dividere la polpa dalla buccia, la “cunculina” contenitore di terra cotta sul quale si poggiavano le spugne, dette “sponze”, attraverso l’ausilio di un legnetto “ligneddu” sulle quali si sfregavano le bucce per far fuoriuscire l’essenza e le “ramere”, contenitori in rame dove venivano custoditi gli oli essenziali prima della vendita.
  • “U trappitu” – Il frantoio, luogo per l’estrazione dell’olio dalle olive. Vi si trova la “grande macina”, l’antico torchio con le sporte in paglia, il bollitore per l’acqua e le giare per la conservazione dell’olio.
  • “U Buttaru” – Il Bottaio. Il procedimento di lavorazione era fatto necessariamente a mano e consisteva nel sistemare dei listelli di legno che potevano avere dimensione diversa in funzione della grandezza della botte che si doveva costruire. Sorprendente è il fatto che il bottaio non usasse alcun tipo di colla e otteneva botti che non facevano perdere neanche una goccia del liquido contenuto. Vi erano: cerchi in ferro che servivano a tenere le doghe delle botti, mazze e “timpagni”, oggetto che consentiva al cerchio di scendere e stringere le doghe.
  • “La casa contadina”. Modello tipo di casa contadina del 1800 tradizionalmente divisa in tre parti: zona notte, zona giorno e zona lavoro. Vi erano nella zona notte: il soppalco dove prendono posto i letti, i pagliericci ed una “naca” tipica culla realizzata con corde intrecciate, il braciere “a conca”, un seggiolone. Nella zona giorno: il forno, varie stoviglie ed un particolare semento per sgranare il gran turco e, ancora, parte della collezione di chiavi. Nella zona lavoro: vari utensili per l’agricoltura, aratri in legno ed in ferro. Centro della casa era senz’altro la cucina, la cui importanza era ulteriormente rafforzata dalla contiguità di focolare e forno. Attorno al focolare si disponevano le attrezzature e gli arredi per accendere e mantenere il fuoco, per scaldare il forno e preparare i cibi. Posta vicino al forno una madia (‘a maidda) serviva per impastare il pane che si preparava una volta alla settimana. Il fuoco scaldava un pentolone di rame dove quasi perennemente bollivano i legumi.
  • “U Quattalaru” – il vasaio. Era colui che fabbricava gli oggetti in terracotta, dai vasi alle pentole ai canali ed i capocanali. Il vasaio, per realizzare i suoi oggetti, impastava la terra, la sgrassava con segatura di legno e con combustibili minerali e modellava la pasta con le mani e il tornio, oppure usando degli stampi.
  • “U radiotecnicu” – Il radiotecnico È il mestiere più nuovo ricordato al Parco Museo “Jalari”. Era colui che aggiustava le prime radio e televisioni a valvole scomparse totalmente con l’avvento della nuova tecnologia e l’invenzione dei transistor. Vi si trovano varie radio anni ’30 e ’40, televisioni anni ’50 e innumerevoli valvole.
  • “U ferra scecchi” – Il maniscalco. Questo artigiano non era solo colui che ferrava cavalli ed asini, e il suo lavoro andava dalla pulitura degli zoccoli alla coniatura del ferro, all’applicazione e successiva manutenzione. Nella sua bottega si potevano trovare gli stampi ed innumerevoli ferri di cavallo.
  • “U stagnataru” – Lo stagnino. Era colui che costruiva e riparava pentole provvedendo anche a zincare le pentole di rame per impedirne la tossicità. Il lavoro consisteva nella fabbricazione di recipienti metallici come pentole, pentoloni, calderoni, ecc., nel fare delle saldature a stagno per le riparazioni dei suddetti recipienti e si occupava anche di passare uno strato di zinco all’interno delle pentole di rame.
  • “U babberi” – Il barbiere. Era anche colui che estraeva i denti, applicava i salassi, medicava le ustioni, organizzava serenate e sommosse cittadine. Rappresentava infatti il punto nevralgico degli incontri cittadini. Nella sua bottega si trovavano anche sedie girevoli con poggia testa, un sedile per bambini a forma di cavalluccio e la sputacchiera.
  • “U falegnami” – Il falegname. Dalle mani sapienti di questo artigiano passava tutto ciò che era fatto in legno, da mobili ad oggetti da lavoro a parti dei carretti.
  • “U carraduri” – Il carradore. Questo mestiere era l’anello finale di una catena di montaggio, poiché era colui che assettava i carretti concludendo con la completa costruzione delle ruote. Nella bottega si ammirano varie “casci i fusu” e la balestra, attrezzo per piegare le assi esterne delle ruote.
  • “A putia” – La bottega di generi alimentari. Era molto diversa dagli odierni supermercati. Molto più piccole, fornivano generi di prima necessità propri del luogo e di stagione. La “putia du vinu“, invece, era punto d’incontro di uomini ed era proibito alle donne recarvisi dopo il tramonto.
  • “U tunneri” – Il tornitore. La tecnica di far ruotare un pezzo di legno su struttura apposita e di comporre la forma desiderata, utilizzando un utensile da taglio (in Sicilia detto “sgorbia”) che agisce sullo stesso, è un sistema già usato dagli antichi Egizi e successivamente da Greci e Romani. Nella bottega si potevano trovare: il tornio a fune e varie “sgorbie” punteruoli affilati che permettevano di intarsiare il legno.
  • “U speziale” – Il farmacista. Gli speziali, oltre a preparare essi stessi le medicine su prescrizione dei medici, vendevano le erbe, le droghe e le spezie necessarie alla preparazione dei medicinali, che i medici si volevano preparare da soli. Ma le ‘spezie’ erano usate anche per scopi alimentari.
  • “A caccara” – La fornace. Questo edificio serviva per la cottura delle pietre calcaree dalle quali veniva estratta la preziosa calce utilizzata nell’edificazione di botteghe ed abitazioni. Nella parte alta della “Caccara”, riciclando il calore con cui si scioglieva la calce, si cuocevano mattoni e tegole.
  • “U ricuttaru” il ricottaio. È il luogo che il pastore utilizzava per la preparazione della ricotta.
  • “U lavaturi” – Il lavatoio. Qui le donne iniziavano mettendo in ammollo la biancheria sporca con un’insaponatura generale. L’indomani mattina si sfregava ritmicamente la biancheria contro una tavola. Alla sera venivano raccolti i pezzi di biancheria e uno dopo l’altro venivano piegati e messi nelle ceste.
  • “A cascia di fusu” – La bottega della chiave di carretto. E’ una bottega dedicata alla chiave di carretto, in dialetto “cascia di fusu”, un pezzo decorativo posto tra le ruote che, col tempo, ha preso la funzione di identificare padrone, luogo e costruttore del carretto.
  • “U scapparu” – Il calzolaio. Era colui che fabbricava ed aggiustava scarpe sandali e stivali.
  • “U pammentu” – Il palmento. È il luogo dove veniva estratto il succo dall’uva, cioè il mosto, che successivamente sarebbe diventato vino. Vi si trovavano: la grande vite senza fine e “u bastasi”, il grande tronco che attraversava la bottega, pezzi essenziali del palmento a vite.
  • “L’ara”. Tutti i popoli pregano, che siano cristiani, buddisti, musulmani, tutti in maniera diversa volgono parole di Gloria e di Speranza a Dio. In questo dialogo siamo uniti, la preghiera è universale, ecco perché nell’ “Ara per tutte le religioni” non c’è simbolo di distinzione e tutti qui possono stabilire un contatto con l’Assoluto, tutti qui possono pregare.
  • “U cutidderi” – L’arrotino. Era un mestiere fondamentale in un tempo in cui si produceva, si consumava, ma si riparava quello che si era consumato, poichè affilava coltelli, le forbici, il rasoio…
  • “A sena” – La “noria”. Fu introdotta in Sicilia dagli Arabi, che portarono nell’isola invenzioni ed accorgimenti per l’irrigazione e l’uso dell’acqua in generale. La “noria” è un sistema per attingere acqua dal pozzo rapidamente, in quantità superiore al semplice secchio (“u catu”), senza l’intervento diretto dell’uomo. Vi facevano parte gli ingranaggi ed i catini in ferro, nonché la vaschetta in pietra dove si svuotano i catini.
  • “U scappillinu” – L’intagliatore della pietra. Macine, mortai, vaschette in pietra, capitelli e decori per ricchi palazzi ma anche semplici lastroni per marciapiedi, venivano sapientemente scolpiti da questo artigiano.
  • “U suddunaru” – Il sellaio. Qui venivano realizzate selle e paramenti per asini e cavalli.

Ovviamente gli ambienti e le “botteghe” che ricostruiscono gli antichi mestieri e i modi di vivere del passato, locale e non, non finiscono qui. Tuttavia non bisogna dimenticare che essi sono solo un aspetto dell’articolato messaggio che il Parco Museo “Jalari”, nella sua articolata architettura e struttura, vuole lasciare al visitatore. Fondamentale, infatti, è anche la loro collocazione alternata a luoghi significativi, quasi “magici”, in cui paesaggio, opera dell’uomo e azione della Natura si fondono in un’armonia che solo il tempo sa creare. Troviamo, infatti, lungo i viali che attraversano il Parco, centinaia di sculture e le fontane in pietra, scolpite dal prof. Mariano Pietrini, che vanno dalla “Confusione” (nome dato al primo viale) fino ai “Sogni” (nome del viale che conclude il percorso), passando tra i diversi stadi della mente umana: la “Riflessione”, la “Riscoperta dei Valori”, il “Dolore”, l’”Amore”, la “Creatività”.

Il Parco Museo “Jalari”, quindi, non può essere considerato nel suo complesso solo un museo etno-antropologico, una raccolta di utensili o un luogo nel quale fare un viaggio nel passato per riscoprire modi di vivere e produrre, né è un semplice parco in cui natura e opera dell’uomo creano un ambiente armonico. Esso deve essere considerato, invece, nelle intenzioni del suo fondatore e di coloro che ora ne hanno raccolto l’eredità, in primo luogo un percorso alla ricerca dei veri valori interiori, una filosofia di vita, un invito a rispettare l’ambiente e a non dimenticare il passato. Solo in questa ottica “ogni visitatore, anche il più distratto, sarà in grado di cogliere la molteplicità e la profondità dei messaggi che gli giungono dalla permanenza tra i suoi viali”.

Perché il “Parco Museo Jalari” è al tempo stesso “un museo naturale, antico e culturale” che raccoglie l’essenza del territorio in cui sorge e degli uomini che vi hanno vissuto.

Sofia Bucolo

Classe I, Scuola Sec. di 1° grado “Foscolo” di Barcellona P.G.

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