L’eclisse sul vigneto #Settestoriedimemoria_06

Mio nonno guardava fisso oltre la vetrata grande. Sbatteva gli occhi ripetutamente. Sapevo che stava cercando qualcosa nella sua memoria; lo conosco bene. C’era la Luna piena lì fuori. I riflessi rendevano la sua barba più brillante. Lo chiamai due volte prima di ottenere la sua attenzione.

«Nonno! Nonno; come stai?».

Mentre si girava lentamente verso di me, disse solo: «Sto bene».

«Guardavi la Luna, vero?».

«Sì», disse. E gli estremi delle labbra gli si incurvarono verso l’alto.

«Pensavi a quella sera?».

«Sì, certo. Non posso non pensarci. È quasi come allora».

Certe volte tra due persone ci sono momenti in cui tutto appare sospeso e il silenzio è solo attesa che uno inizi a parlare. Avevo già sentito la storia che stava per raccontare, ma non eravamo soli quell’unica volta in cui era accaduto, tanto tempo prima. Ora potevo ascoltarla meglio; tutta per me.

Cominciò a parlare lui; ne aveva voglia.

«Il giorno in cui presi la laurea ci fu l’eclisse totale di Luna più lunga del secolo, di plenilunio. Un’eclisse. Come oggi! Quando ebbi la certezza, qualche tempo prima, che un fatto così importante per me coincideva con quella occasione tanto particolare per tutti, cominciai a fantasticare su ciò che sarebbe avvenuto».

Riguardò ancora la Luna. Ora i suoi occhi stavano proiettandosi più lontano.

«Avevi programmato tutto, vero? Ti conosco bene. Io sono come te».

«Sì, però non era un programma. Più la speranza che accadesse il momento perfetto, quello di cui parlava ogni tanto mio padre. Volevo che molte persone importanti della mia vita fossero lì quella sera, all’eclisse».

«E ci furono, vero nonno?!».

«Sì, ci furono, anche se alcuni mi fecero la sorpresa di arrivare senza che io lo avessi saputo prima».

Sembrò che i suoi occhi sorridessero mentre faceva scorrere l’ultima frase.

Tirò su per un attimo le spalle, si mise comodo su una poltrona e continuò a parlare in modo più rilassato.

Mi sistemai alla sua destra, non troppo vicino perché volevo guardare tutta la sua figura.

«Per quei giorni i miei genitori avevano preso in affitto un piccolo casale, poco fuori la città dove mi dovevo laureare. Il terreno intorno era coltivato a vigneto; centinaia e centinaia di filari altissimi».

«Quando arrivai sul piazzale vicino ai fabbricati non credevo ai miei occhi. Seduta davanti alla porta in legno c’era pure mia nonna Rosetta. Mi dava le spalle, per non farsi riconoscere, ma io capii subito che era lei».

«La nonna! Era venuta per me e nessuno mi aveva detto niente. Tutti zitti; segreto totale. Pensa, si era fatta centinaia di chilometri senza battere ciglio».

Il nonno era molto legato a Rosetta. Tra i suoi quattro nonni era quella con cui aveva vissuto per più tempo.

«Non sarebbe stata l’unica sorpresa, però, quella sera!», gli dissi, per spingerlo a completare il racconto.

«No, anzi. Fu solo la prima. Non ebbi neanche il tempo di riprendermi dallo stupore che dall’interno del casale uscirono di corsa Simo e Roby, due mie amiche. Erano lì anche loro. Non ci credevo! Mi avevano detto che non avrebbero mai potuto esserci. C’ero pure rimasto male. Invece erano lì».

«Insomma, ti aspettavi sette persone e ne vennero dieci! C’era anche la sorella di tuo padre – zia Adri – e zio Francesco il fratello di tua mamma, con i tuoi due cugini, oltre ai tuoi genitori e a zia Dodò».

«Ma insomma, sai già tutto! Perché dovrei continuare a raccontarti dell’eclisse?».

«Semplicemente perché sei tu che vuoi farlo! O mi sto sbagliando?».

«E comunque mi piace ascoltarti, lo sai», aggiunsi immediatamente dopo, giusto per smussare gli animi.

Lui fece quella solita smorfia che voleva significare “ora sono alterato; riprendo solo se mi passa” ma poi, come avevo previsto, riannodò prontamente i fili del racconto, traguardando ancora oltre la vetrata grande.

«I miei cugini sono sempre stati una parte di me. Con MK e Noe – i più vicini – e mia sorella Dodò abbiamo fatto mille cose insieme. Una vera squadra; una famiglia nella famiglia. Poi arrivò anche Lori, molto tempo dopo. Fu come un quinto fra i Moschettieri. Ma quella volta non venne, era troppo piccolo».

«Però non finì lì, vero?!».

«No, infatti. Non mi aspettavo altre sorprese, per questo l’ultima fu la più forte. Il giorno prima della laurea, vennero anche Vero, Mat e Lu, un’altra piccola parte dei miei tanti cugini; con mamma Sab. Ero frastornato, non ci capivo più niente. Non sapevo più cosa aspettarmi! Fu mio padre a rassicurarmi».

«Questa è davvero l’ultima», mi disse.

«Abbiamo finito le sorprese. Siamo tutti qui. Domani ti puoi laureare. Sei contento?».

«Eri contento, nonno?».

«No, ero felice. Felicissimo. Il cerchio si chiudeva».

«Quei pochi giorni insieme furono indimenticabili. Noi ragazzi alloggiammo in una parte dei fabbricati, gli adulti da un’altra. Fu un’occasione speciale: zia Adri e sua cugina, mamma Sab, dormirono nella stessa stanza dopo trent’anni dall’ultima volta; le colazioni e le cene le facemmo insieme; si poteva seguire il tragitto completo del Sole sull’intero orizzonte del casale senza ostacoli visivi. E poi, ci fu l’eclisse».

«Nonno, soprattutto ci fu la laurea! Anche l’eclisse. O avevi dimenticato il motivo per cui quindici persone si erano date appuntamento in quel casale?».

«No, certo; però vedi, col tempo ho capito che ogni cosa della vita è parte di un tutto più ampio. Mi sarei laureato comunque. Siamo stati noi – tutti insieme lì – a rendere più importante l’avvenimento».

«Vero! Hai ragione. Ma dimmi dell’eclisse».

«In quei giorni il caldo era stato assoluto, 35-36 gradi, però al vigneto si sentiva meno. Soprattutto dopo il tramonto la temperatura scendeva moltissimo. Fu Lu a vedere per primo l’inizio dell’eclisse; quell’unghia d’ombra scura che apparve improvvisa sulla Luna, oltre certi silos. Stavamo tutti seduti al piazzale».

«Rimaneste lì?».

«No. Dopo un po’ ci spostammo. Quando le tenebre aumentarono decidemmo di metterci ai filari. Ma solo noi ragazzi e mio padre. Il disco della Luna da bianco diventava sempre più rosso, assumendo la consistente solidità di una sfera. Oltre le stelle, si cominciava a vedere distintamente anche Marte, più in basso».  

«E poi che faceste?».

«Per un po’ scherzammo e ridemmo. Si facevano battute; cantavamo. A un certo punto, però, le risate ci sembrarono fuori posto. Anche le parole. Calò il silenzio in modo naturale. Tutto sembrò fermarsi. Ognuno rifletteva dentro se stesso. Non so dirti neanche quanto durò quel tempo».

«Fu la tua eclisse!».

«Era solo la mia parte del tutto. Quella notte, ogni persona della Terra rimasta a faccia in aria verso la Luna si creò il proprio pezzo di storia. Ci saranno stati quelli che fecero l’amore; alcuni furono concepiti; altri impegnarono tutto il tempo a scattare la loro foto del secolo; ci fu chi pensò al perduto amore e chi avrà guardato l’eclisse a tavola, con una vagonata di amici intorno».

«E tu, nonno?».

«Io me ne sarei andato da quella città il giorno dopo, lasciandomi alle spalle, per sempre, un pezzo di vita. C’era la mia famiglia con me quella notte e una piccola parte dei miei tanti cugini ad accompagnarmi verso una nuova direzione. Anche se non sapevo ancora quale sarebbe stata. L’eclisse sul vigneto fu proprio il momento perfetto. Di quelli che prima o poi arrivano, ma poi passano, lasciandoti in attesa del successivo».

Mio nonno finì il racconto rientrando lo sguardo sull’interno, al di qua della vetrata grande. Ci furono dei minuti di silenzio assoluto. Fu lui a muoversi per primo e a parlare, rialzandosi decisamente dalla poltrona.

«Direi che è ora di andare, non credi? Oggi tocca a te, mia cara. La Luna l’abbiamo, l’eclisse pure. La laurea l’hai appena presa. Non dovremmo far aspettare chi è venuto a trovarti. Però ricordati: a ognuno la sua eclisse. Nulla è mai uguale a questo mondo, anche quando, sorprendentemente, può sembrare che lo sia».

«Abbracciami».

Francesco Galletta

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.