La “Fontana del Nettuno” di Messina

Fondata dai coloni Greci nel 756 a.C e da essi chiamata “Zancle”, l’odierna città di Messina visse, nei secoli, vicissitudini tali che ne segnano il suo destino alternando momenti di grande fioritura a periodi di “crollo” totale. Infatti dopo i Greci furono prima i Romani a conquistarla, e poi i Bizantini, gli Arabi e i Normanni. Col dominio svevo, angioino e aragonese, Messina divenne capitale del Regno di Sicilia con Palermo e anche una delle più floride città del Mediterraneo, conquistando per lungo tempo il primato di più ricca dell’isola. Il suo primo “crollo” fu nel 1783, quando un catastrofico terremoto la colpì provocando ingenti danni. Risalire la china fu dura, ma Messina riuscì a riemergere e entrare nel Regno d’Italia nel 1860 grazie alla spedizione dei Mille.

Purtroppo nel 1908 un nuovo e devastante sisma e un forte maremoto distrussero ancora una volta la città, provocando 80.000 vittime. Inoltre durante la seconda guerra mondiale, essa fu costretta a subire anche le conseguenze dei bombardamenti. La caparbia ricostruzione cominciata nel 1912 la vede oggi città ordinata e regolare, con palazzi bassi e ampie vie rettilinee, anche se, purtroppo, ha perso gran parte della sua memoria storica.

Tuttavia con la sua storia anche Messina vanta uno scenario mitico da non sottovalutare né dimenticare. Le culture succedutesi nei secoli, le tradizioni di popoli come i Greci, Romani, Arabi, Normanni e Spagnoli, infatti, hanno lasciato profonde tracce che ne hanno aumentato il fascino e, unendo sacro e profano, realtà e immaginazione, hanno regalato una vastità di miti e leggende che hanno a lungo avvolto la città in un alone di mistero.

Messina e il suo mare

Protagonista è soprattutto il mare ed ecco perché, se si vuole raccontare la storia della città, si deve innanzitutto partire dal suo mare, quel breve braccio d’acqua che la separa dal resto della penisola. Quel mare che, nel corso dei secoli, è stato per Messina linfa inesauribile e vitale risorsa per i pescatori, punto di riferimento per i mercanti poiché dal mare provenivano le sue ricchezze e gran parte del suo potere e della sua importanza. Eppure nei tempi più antichi, quando il mistero del mito aleggiava su di esso, lo Stretto di Messina era considerato un mare tutt’altro che ospitale per i naviganti, anzi attraversare le sue acque significava affrontare la morte. Infatti proprio le sue bizzarre correnti, erano sovente causa di naufragi e disastri.

Scilla e Cariddi

La sua storia, avvolta nel mistero, ispirò il mito omerico di Scilla e Cariddi, due orrendi mostri marini che ne infestavano le coste e distruggevano le navi dei marinai. L’ira di queste due creature era motivo di terrore e sconforto da parte degli abitanti della Sicilia e della Calabria, anche perché nessuno riusciva a sconfiggerli e solo l’intervento del Dio Nettuno pose fine a questo dramma, incatenandoli e sottomettendoli, così come si narra e come si può constatare ammirando la maestosa “Fontana del Nettuno” collocata oggi in Piazza Unità d’Italia, proprio di fronte al Palazzo della Prefettura della città.

Fontana del Nettuno

Opera del Montorsoli, scultore toscano e anche grande collaboratore di Michelangelo, la monumentale fontana gli fu commissionata dal Senato messinese nel 1557 dopo aver visto l’ottimo lavoro svolto con la fontana di Orione. All’inizio commissionata a Michelangelo, che però avendo altri impegni ne incaricò il Montorsoli, essa simboleggia il dio del mare Nettuno che, per calmare le movimentate acque dello stretto, provocate dai mostri Scilla e Cariddi, tiene questi ultimi in catene.

La fontana è formata da una grande vasca circolare che ne contiene a sua volta un’altra di forma ottagonale, posta su una base “quadrangolare” preceduta da tre gradini. Nell’orlo altre quattro vasche esterne di forma ovale si inseriscono negli angoli, raccogliendo acqua dai mascheroni. Tutta l’opera è ricoperta di iscrizioni, come quella con il nome dell’autore, dei senatori e dei viceré. Dal centro della vasca, che poggia su un grande basamento quadrangolare a gradini ornato da pannelli in bassorilievo con raffigurazioni di tridenti, conchiglie e delfini, s’innalza un piedistallo che accoglie agli angoli quattro cavalli marini idrofori ed è decorato dagli stemmi, in bassorilievo, dell’imperatore Carlo V con le colonne d’Ercole, il motto “plus ultra” e il collare dell’Ordine del “Toson d’Oro” e di Filippo di Spagna.

Nella seconda vasca sono scolpiti sui lati diversi stemmi, come le grandi aquile simbolo della Spagna, lo stemma imperiale posto sul petto e gli scudi crociati, stemma della città di Messina. Al centro si erge Nettuno maestoso, imperturbabile e austero, con la mano destra tesa in avanti e con un tridente nella sinistra, con lo sguardo perso nell’infinità dell’orizzonte. Ai suoi piedi un delfino; sotto, invece, Scilla e Cariddi incatenati ed urlanti e quattro cavalli marini. Le statue di Scilla e Cariddi hanno caratteristiche particolari: Cariddi coi capelli sciolti ha uno sguardo inorridito, la bocca aperta fremente; Scilla è fasciata in vita da teste urlanti a personificare ancora di più il dolore delle catene.

La statua del Nettuno giganteggia con un atteggiamento solenne da signore del mare anche se molti critici l’hanno giudicata troppo “fredda” rispetto a quella di Scilla e Cariddi. Anticamente la Fontana era posizionata a ridosso del porto, dove vi era il mercato del pesce e degli ortaggi, fuori dalle mura che cingevano il mare. Miracolosamente scampata alla furia distruttiva del terremoto del 1908, fu trasferita nel 1934 in Piazza Unità d’Italia, dove si trova attualmente e da dove si gode di una splendida vista sullo Stretto. Durante la rivolta antiborbonica la statua di Scilla fu danneggiata e sostituita con una copia eseguita da Letterio Subba nel 1858; anche il Nettuno è una fedele riproduzione ottocentesca di Gregorio Zappalà, realizzata nel 1856, e le due statue originali sono custodite nel “Museo Regionale di Messina”.

Inizialmente la statua era rivolta con lo sguardo verso la città, come se Nettuno, dopo aver sconfitto i due mostri, offrisse ad essa i benefici del mare. La sua collocazione adesso è, invece, posta verso il mare, anche se una leggenda popolare narra che la posizione iniziale del dio nascesse dalla volontà di beffeggiare i cittadini calabresi, eterni rivali, perchè la statua non rappresentava la divinità bensì un pescatore gigante, “lu Gialanti pisci”.

Tuttavia, al di là dei molti miti e leggende legati allo Stretto, il gigante di marmo è oggi per tutti un bellissimo e maestoso Nettuno che, con calma e serenità olimpica, con fiero sguardo e rassicurante imponenza, protegge i messinesi e Messina, mentre la fontana resta una delle molte pregevoli opere d’arte che questa martoriata città ancora custodisce.

Santi Scarpaci

Classe II, Scuola Sec. di 1° grado “Foscolo” di Barcellona P.G.

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