Storia di Malala

“Le persone di solito non lasciano la propria casa volontariamente, solo la povertà o l’amore le portano a fuggire così in fretta…”

Non è questo il caso di Malala Yousafzai, una ragazza costretta a fuggire per colpa dei terroristi;

Una ragazza di soli 12 anni che in un mondo pieno di regole e divieti ama imparare, per costruirsi un futuro, per diventare medico;

Una ragazza che ama coltivare sogni che puntualmente, tra un bombardamento e un attentato, vengono ostacolati dai talebani, sogni che custodisce in un diario.  Malala quindi inizia a scrivere, a raccontare le sue esperienze in modo semplice e diretto, permettendo a un giornalista di pubblicare il diario online e scatenando l’indignazione dell’opinione pubblica. Perché Malala capisce che la penna e le parole che ne escono, possono essere più forti di qualsiasi arma e, con l’appoggio della sua famiglia, decide di urlare il suo “no” senza armi né violenza, solo con parole “perché non è facile difendere i tuoi diritti quando gli altri – più grandi, più forti, più prepotenti di te – la pensano diversamente”

A metà tra il documentario e il diario, Viviana Mazza dà voce ai sogni di Malala diventati ormai simbolo della battaglia per l’emancipazione femminile e della lotta contro ogni estremismo.

Un libro suggestivo che riesce a raccontare con semplicità e limpidezza una situazione complessa, mettendo in risalto, non la violenza ma la speranza dei giovani verso un futuro lontano dalle atrocità della guerra.

<<Dobbiamo metterci al lavoro, non aspettare. Chiedo ai ragazzi come me di alzare la testa, in tutto il mondo. Cari fratelli e sorelle, diventiamo la prima generazione a decidere di essere l’ultima: classi vuote, infanzie perdute, potenziale perduto, facciamo in modo che queste cose finiscano con noi.

Che sia l’ultima volta che un bambino o una bambina spendono la loro infanzia in una fabbrica.

Che sia l’ultima volta che una bambina è costretta a sposarsi.

Che sia l’ultima volta che un bambino innocente muore in guerra.

Che sia l’ultima volta che una classe resta vuota.

Che sia l’ultima volta che a una bambina viene detto che l’istruzione è un crimine, non un diritto.

Che sia l’ultima volta che un bambino non può andare a scuola.

Diamo inizio a questa fine. Che finisca con noi. Costruiamo un futuro migliore proprio qui, proprio ora.>>  Dal Discorso per il premio Nobel per la pace.

 

Chiara  Destro Pastizzaro

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