“Sul fondo dell’abisso”…ricordando PRIMO LEVI

PRIMO LEVI autore del romanzo “Se questo è un uomo”: “Sul fondo dell’abisso” è un brano tratto dallo stesso con cui viene data testimonianza al mondo delle atrocità subite nei campi di concentramento da parte degli ebrei.

Sopravvissuto al lager, descrive l’arrivo e le prime impressioni vissute dall’autore stesso che, con altre 650 persone viene fatto salire su di un treno che arriverà 5 giorni dopo al campo di concentramento di Auschwitz.

I deportati entrano immediatamente in contatto con le atrocità dello sterminio, prima fra tutte la separazione dalle persone a loro care. Successivamente l’infernale attesa all’interno di una stanza vuota e gelida e loro, stanchi e assetati, stanno in silenzio udendo il rumore di un rubinetto che gocciola, purtroppo, acqua non potabile. L’attesa termina quando vengono loro rasati i capelli, con l’intento di privarli della loro identità di uomini, concretizzando quello che l’autore definisce la “demolizione di un uomo”.

“Sul fondo dell’abisso”…ricordando PRIMO LEVI

Nessuno li chiamerà più con il loro nome, nessuno saprà nulla di loro se non loro stessi.

Primo Levi utilizza il termine “fantasmi” per descrivere sé stesso e i deportati, per indicare che pur essendo vivi fisicamente in realtà sono morti dentro, con gli occhi vuoti e aridi di vita.

Privati di qualsiasi cosa, altro non gli rimangono che i ricordi, la loro memoria, in cui non riescono più a riconoscersi poiché trasformati fisicamente e soprattutto psicologicamente.

Levi sa già che la violenza e le atrocità subite sbiadiranno, modificheranno e cancelleranno i loro ricordi, privandoli del loro passato, e se è vero che siamo ciò che ci è accaduto, verranno privati di loro stessi.

“Sul fondo dell’abisso”…ricordando PRIMO LEVI

Dei milioni di deportati solo qualcuno è sopravvissuto e tra loro molti hanno deciso di suicidarsi per trovare pace da quei ricordi. Primo Levi è uno di loro, un uomo che non riuscendo a scacciare ed allontanare i ricordi della giovinezza passata nel lager, decise di togliersi la vita.

La lettura di questo testo antologico ha suscitato in me tristezza, angoscia e impotenza. La tristezza deriva dal fatto che leggendo questo brano ci si rende conto che non bisogna dare nulla per scontato, nemmeno la vicinanza delle persone a noi care e ci si rende conto che spesso si sottovaluta l’importanza della famiglia, valore che nella società odierna è sempre meno rilevante. L’angoscia deriva dal fatto che è impensabile come i nazisti torturassero e godessero del dolore e delle sofferenze dei deportati che erano degli uomini proprio come loro, con la medesima dignità. Ed infine l’impotenza deriva dal fatto che purtroppo non si può far altro che ricordare questa inspiegabile pagina di storia con la speranza che non si ripeta mai più.

Sara Gitto IV C BS

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