Ventuno madri per la Repubblica Italiana in difesa dei diritti delle donne

Ventuno “Madri Costituenti”, tra sogni, diritti, democrazia e libertà. Ventuno donne che hanno portato l’uguaglianza nel testo della nostra Costituzione e nella vita democratica del nostro paese. Insieme hanno contribuito al profondo cambiamento dell’Italia dal dopoguerra fino ad oggi. Ed è stato anche grazie a loro che si è sviluppata la difesa dei diritti, se si sono creati nuovi spazi di partecipazione o se è cambiata, dal punto di vista giuridico, la condizione femminile nella società italiana. Ma per arrivare a questo, la strada è stata lunga e tortuosa.

Ventuno madri per la Repubblica Italiana in difesa dei diritti delle donne

Il primo approccio delle donne alla politica fu il 5 aprile del 1945, quando venne istituita la Consulta Nazionale, alla quale erano presenti in tredici. Il suo fine era quello di dare pareri sui problemi generali al governo e di esprimersi su questioni elettorali e di bilancio. Essa rappresentò per il sesso debole un vero e proprio battesimo politico. È così che cominciarono ad assumere maggiore consapevolezza di sé stesse, a sentirsi cittadine e a voler partecipare alla ricostruzione di un’Italia distrutta dalla guerra. Per questo motivo il voto non fu una concessione, bensì una conquista. Il primo provvedimento legislativo che ampliò il voto a tutte le donne fu il “Decreto Legislativo luogotenenziale”, per il quale furono escluse dal voto le prostitute, ma solo quelle visibili, mentre potevano invece votare tutte quelle delle case chiuse. La eleggibilità femminile viene prevista nel Decreto n.74 del 10 marzo 1946, che recita “Sono eleggibili all’Assemblea Costituente i cittadini e le cittadine italiane che al giorno delle elezioni abbiano compiuto il 25° anno di età.” Tra i partiti è molto forte il timore che le donne siano disinteressate al voto e quindi disertino le urne. Di grande rilevanza sono invece le parole di Papa Pio XII rivolte a tutte le cittadine d’Italia: “La vostra ora è sonata, donne e giovani cattoliche: la vita pubblica ha bisogno di voi; a ognuna di voi si può dire: tua res agitur!”. Egli, infatti, vedeva in esse la garanzia per tutelare i valori cattolici, cominciando dalla difesa della famiglia. La paura dell’astensionismo femminile porta, con parere contrario di socialisti, comunisti e azionisti, alla scelta del voto obbligatorio approvato dalla Consulta il 5 febbraio 1946.

Ventuno madri per la Repubblica Italiana in difesa dei diritti delle donne

L’obbligatorietà del voto sarà poi trasformata in “dovere civico”. Per convincere le donne ad andare a votare ebbe un ruolo decisivo anche la mobilitazione di tutte le associazioni femminili. In questo modo, il 2 giugno del 1946 queste votarono in massa: 12 milioni di donne pari all’89%, costituivano il 53% della popolazione; 11 milioni gli uomini. Si doveva scegliere tra Monarchia e Repubblica e si dovevano eleggere i rappresentanti all’assemblea Costituente, che aveva il compito di redigere la nuova Costituzione. Le donne per la prima volta ottennero di essere non solo elettrici, ma anche elette. I Costituenti e le Costituenti avevano il compito di definire un nuovo assetto democratico. L’Italia, ormai stremata dal secondo conflitto mondiale, era un paese nel quale migliaia di persone stavano vivendo la povertà e la fame, dove un altrettanto numero di bambini abbandonati, o che avevano perso i genitori, erano lasciati a vagare tra le macerie. In tale situazione risultava necessario ristabilire i valori che rappresentavano le fondamenta della società, dell’economia e della politica della nazione.

Furono eletti 556 Costituenti, ma solo 21 erano di genere femminile, in percentuale rappresentavano il 3, 78 % del totale. Tra le Madri Costituenti, nove erano comuniste, tra cui cinque dell’UDI (Unione Donne Italiane): Adele Bej, Nadia Gallico Spano, Nilde Jotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi. Nove democratiche cristiane: Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio. Due socialiste: Angelina Merlin e Bianca Bianchi e una della lista “Uomo Qualunque”: Ottavia Penna Buscemi. Nonostante l’esiguo numero, le “Costituenti” condussero e vinsero importanti battaglie. Il loro lavoro è inciso soprattutto in 7 articoli della nostra Costituzione: 3, 29, 30, 31, 37, 48, 51. L’articolo 3 è relativo all’uguaglianza. Le ventuno Madri Costituenti, infatti, proposero che l’eguale dignità sociale fosse senza differenziazione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. I colleghi uomini consideravano superflua l’esplicitazione di sesso, tuttavia le “Costituenti” rammentarono come le discriminazioni verso le donne fossero ancora radicate nel nostro ordinamento, in quanto esse appartenevano al sesso debole, considerato inferiore. Gli articoli 29, 30, 31 riguardano invece la famiglia. Su questi temi lavorò principalmente Nilde Iotti, che sottolineò il grande cambiamento che doveva investire questo istituto, data l’arretratezza storica che sul piano giuridico e culturale aveva regolato i rapporti famigliari e la concezione stessa della famiglia. L’articolo 37 tratta il diritto e la parità nel lavoro e l’adempimento della essenziale funzione familiare. L’articolo 48 sottolinea l’eguaglianza nella partecipazione politica. Infine l’articolo 51 l’accesso alle cariche pubbliche ed ai pubblici uffici. Le nostre pioniere della politica ci hanno lasciato una delle più belle Costituzioni del mondo. Diverse per estrazione, con storie differenti, ognuna orgogliosamente democristiana, socialista, comunista, ebbero il merito di aver saputo fare lavoro di squadra. Ma soprattutto c’era una cosa che le accomunava: la lotta partigiana e una forte, anzi fortissima, voglia di collaborare per rappresentare la vita e i pensieri delle donne italiane, per non deludere migliaia di partigiane, staffette, antifasciste che in mille modi avevano contribuito alla Liberazione. Molte Madri avevano partecipato alla Resistenza pagando, a caro prezzo, le proprie scelte sulla loro stessa pelle. È il caso di Adele Bej, condannata nel 1934 dal Tribunale speciale a 18 anni di carcere per attività antifascista, o Teresa Noce, che dopo aver scontato un anno e mezzo di reclusione, perché anche lei antifascista, fu deportata in un campo di concentramento nazista in Germania dove rimase fino alla fine della guerra, oppure di Rita Montagnana, che aveva passato la maggior parte della sua vita in esilio.

Nonostante le difficoltà, grazie a loro è stato sancito nella Costituzione il principio di uguaglianza tra i sessi. Traguardi rilevanti, che hanno segnato il lungo percorso verso il riconoscimento di una sostanziale parità, tanto nelle istituzioni quanto in ambito familiare e lavorativo. Per questo esse possono e devono essere riconosciute come le Madri autorevoli della nostra Repubblica.

Martina Crisicelli

Classe II, Scuola Sec. di 1° grado “Foscolo” di Barcellona P.G.

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