Quando la giustizia condanna un innocente

Quando uccidere un altro essere umano è giusto? La punizione per chi commette un crimine, anche se atroce, può essere la morte? Abbiamo veramente il diritto di essere carnefici di carnefici? Difficile rispondere, specialmente quando tutto ci spinge a credere che la sola cosa possibile sia la vendetta nei confronti di coloro che hanno tolto la vita ad un bambino, ad un padre di famiglia o semplicemente ad un innocente.

Punire un omicidio con un omicidio si può veramente considerare un atto di giustizia? E se poi ci sbagliassimo e a commettere quel crimine non è stato chi abbiamo accusato e ritenuto colpevole?

A pair of criminals.

“In nome della legge, vi dichiaro morti”. Quel 23 agosto del 1927 era da poco passata la mezzanotte quando il direttore del carcere Warden Hendry bisbigliò queste parole. Subito dopo un irreale silenzio scese nella stanza. Cinque giorni dopo, ai funerali a cui parteciparono migliaia di persone, in un corteo lungo 8 miglia, ci fu il medesimo silenzio. I 400.000 che parteciparono portavano ognuno un bracciale con su scritto “La giustizia è stata crocefissa”. Fu in questo modo che morirono Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, operai italiani di fede anarchica, accusati di aver ucciso due persone durante una rapina avvenuta sette anni prima, ma a cui erano completamente estranei.

Avevano la sola colpa di essere immigrati, e di essersi trovati al momento sbagliato nel posto sbagliato, in un paese deturpato dalla violenza e ostile alla minoranza etnica italiana, fortemente contrastata e disprezzata. Vittime di stereotipi e di malvagi pregiudizi, dell’intolleranza, del razzismo e della faziosità, e anche dell’ideologia secondo cui chi la pensa diversamente è un ostacolo, un nemico da eliminare. Metodi spicci, utilizzati contro chi non vuole cambiare idea. Ed è proprio ciò che entrambi non vollero mai fare, ribadendo fino all’ultimo istante i loro principi e soprattutto la loro innocenza ed estraneità ai fatti. Ma facciamo un passo indietro. Superata la maggiore età Vanzetti entrò in contatto con le idee socialiste e, dopo la morte della madre, decise di partire per l’America, speranzoso in una vita migliore, come molti altri italiani dei primi del Novecento. Si stabilì nel Massachusetts e nel 1917 riuscì a sfuggire all’arruolamento per la Prima guerra mondiale trasferendosi in Messico.

È proprio qui che conosce Nicola Sacco, pugliese, classe 1891. Da quel momento Nick e Bart diventano amici inseparabili e cominciano a frequentare gruppi anarchici. L’8 maggio 1920, tuttavia, vengono accusati di una rapina avvenuta a South Baintree, un sobborgo di Boston, in cui erano stati uccisi a colpi di pistola due uomini, il cassiere della ditta – il calzaturificio «Slater and Morrill» – e una guardia giurata.

Dopo tre processi vengono condannati alla sedia elettrica, nonostante la confessione del gangster Celestino Madeiros che ammise di aver preso parte alla rapina, e di non averli mai visti o conosciuti. A nulla servirono gli appelli e le manifestazioni di solidarietà e di richiesta di assoluzione da parte dell’opinione pubblica mondiale. In migliaia, in varie parti della Terra, scesero in piazza per gridare la loro innocenza. Ma non ci fu niente da fare. Un processo farsa? No: un crimine giudiziario. Fu loro tolta la vita senza prove, anzi cancellando quelle decisive e i due uomini pagarono gli errori della “politica del terrore” promossa dal Ministro della Giustizia Palmer, che la praticava da tempo con particolare crudeltà, soprattutto nei confronti degli immigrati. Nicola e Burt vissero le loro ultime ore mangiando zuppa, carne e pane. Gli furono tagliati i capelli e gli fu inciso un taglio verticale sui pantaloni per sistemare gli elettrodi quando si sarebbero seduti sulla sedia elettrica.

Così, esattamente 90 anni fa, alle 00:19 veniva giustiziato Nicola Sacco; alle 00:26 toccava a Bartolomeo Vanzetti subire la stessa sorte. Ma la loro storia non si chiuse con l’esecuzione. La vicenda non smise mai di fare clamore e il caso fu più volte riaperto. Precisamente 50 anni dopo, nel 1977, il governatore del Massachusetts, Michael Dukakis, dichiarò «che ogni stigma e onta vengano per sempre cancellate dai nomi di Sacco e Vanzetti». Continuava con testuali parole “Il loro processo e la loro esecuzione dovrebbe far ricordare ai popoli civili del costante bisogno di munirsi contro la nostra suscettibilità al pregiudizio”. In questa maniera riconobbe ufficialmente gli errori commessi nel processo e riabilitò la memoria di Nick e Bart.

“Here’s to you, Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph”

Queste sono le parole pronunciate da Joan Baez nella canzone “Here’s to you – The ballad of Sacco and Vanzetti” dedicata proprio a Nick e Bart, ma quanti Nick e Bart ci sono stati e ci sono ancora nel mondo? Secondo uno studio di “Amnesty International”, organizzazione che si batte anche contro la pena capitale, solo negli Stati Uniti circa il 4% delle persone che sono entrate nel braccio della morte non aveva nessuna colpevolezza. Troppo spesso, infatti, dove è ancora in vigore la massima pena sono tanti gli innocenti condannati erroneamente o, peggio ancora pretestuosamente. “Oltre ogni ragionevole dubbio” recita il giudice prima di emettere la sentenza, ma molte volte non è così. La pena di morte è un viaggio senza ritorno che non permette a nessun ragionevole dubbio di rimediare nel momento in cui la giustizia degli uomini si è palesemente mostrata in tutta la sua imperfezione. E i sostenitori di questa punizione estrema, da molti ancora ritenuta esemplare e deterrente, dovrebbero sempre ricordarlo ed evitare di applicarla, se non abolirla, per scongiurare altri clamorosi errori giudiziari.

Martina Crisicelli

Classe II, Scuola Sec. di 1° grado “Foscolo” di Barcellona P.G.

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