Il filo sottile di Via Panisperna

Certi fili non si spezzano mai del tutto, certe storie non finiscono mai di intrecciarsi; c’è sempre un comune denominatore che le terrà unite per sempre.

C’è un filo sottile che lega i destini dei ragazzi di Via Panisperna, che li avvolge in una fantastica vicenda umana e scientifica, per poi allentarsi e spezzarsi definitivamente nel 1938, dopo un decennio straordinario e probabilmente irripetibile per la fisica italiana. È la storia di una scuola germogliata praticamente dal nulla, senza un reale background culturale di rilievo da cui prendere le mosse, senza un riferimento di assoluto prestigio internazionale, che non fosse addirittura Galileo Galilei, ormai lontanissimo nel tempo.

Una scuola in cui un maestro neanche trentenne e allievi di pochi anni più giovani si scambiano i ruoli ripetutamente, in un rapporto pressoché paritetico, ancorché gerarchicamente ben definito anche dagli scherzosi soprannomi ecclesiastici. In breve tempo il gruppo di Via Panisperna assumerà un ruolo di primo piano nella comunità scientifica internazionale, arrivando a confrontarsi allo stesso livello con consessi di ben altra e consolidata tradizione, come i gruppi di Copenaghen e Lipsia, rispettivamente guidati da Niels Bohr e Werner Heisenberg.

È un filo che, dopo i primi strattoni del ’33 e degli anni successivi, si spezza nel 1938, quando scompare Ettore Majorana e quando, pochi mesi dopo, per effetto delle leggi razziali emanate dal regime in ossequio all’alleato nazista, Fermi e Segrè abbandonano l’Italia per gli Stati Uniti, seguiti l’anno successivo da Franco Rasetti. La diaspora si completerà nel dopoguerra, con Bruno Pontecorvo il “cucciolo” e ultimo aggregato del gruppo che, dopo aver lavorato in Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna, darà la sua totale adesione al comunismo reale, trasferendosi in Unione Sovietica. In Italia rimase soltanto Edoardo Amaldi, detto l’abate, a lavorare al consolidamento della recente tradizione scientifica dell’Istituto di Fisica Teorica.

Destini diversi, dunque, ma il filo che li ha uniti non si è forse spezzato del tutto, perché ognuno dei protagonisti ha forse reagito con le proprie scelte al comune bisogno di rispondere alla stessa domanda che in quegli anni, per certi versi grandiosi e al tempo stesso terribili, molti scienziati si posero, riguardo al ruolo della fisica e degli stessi fisici in un mondo radicalmente cambiato. È un momento storico di importanza eccezionale, in cui totalitarismi di diverso segno, ma accomunati dall’estremo disprezzo dell’individuo e dall’annichilimento della sua dignità e dei suoi diritti, sfidano apertamente le democrazie occidentali, a loro volta segnate da profonde contraddizioni e da crisi economiche e sociali di vasta portata.

In questo contesto si inserisce l’avvento della meccanica quantistica, che, superando il determinismo della fisica classica, ha innescato profondi e accesi dibattiti, incontrando anche l’opposizione in qualche modo sorprendente di menti eccelse e non sospettabili di oscurantismo come lo stesso Einstein (celebre il suo “Dio non gioca a dadi con l’universo”). L’effetto è dirompente, perché non si tratta soltanto di una nuova teoria, ma di un vero e proprio cambio di paradigma, che non coinvolge soltanto aspetti puramente scientifici, ma incide sulle anime e sulla visione del mondo.

Tanto si è discusso su una frase pronunciata da Ettore Majorana: “La fisica è su una strada sbagliata. Siamo tutti su una strada sbagliata”. In cosa sbagliavano la fisica e i fisici? Majorana pensava che fosse sbagliata la linea di sviluppo intrapresa con la meccanica quantistica o piuttosto che fosse sbagliato seguire tale linea per l’impatto che avrebbe avuto sul mondo e la sua storia? Non c’è risposta a tale domanda, malgrado da più parti si sia cercato di interpretare in maniera più o meno forzata il pensiero dello scienziato catanese. Sicuramente, però, emerge un’inquietudine profonda cui Majorana volle porre fine con la sua scomparsa, qualunque sia il modo che abbia scelto per sparire.

Ed è proprio questa stessa inquietudine che lega indissolubilmente i destini dei ragazzi di Via Panisperna.

Franco Rasetti, fra tutti, è forse l’unico che fornisce una risposta chiara ai suoi dubbi e lo dichiara apertamente rifiutando di partecipare al Progetto Manhattan, che porterà alla realizzazione della tragica atomica americana. Egli ripudierà fermamente l’uso bellico della scienza (“La guerra è una cosa idiota”) e radicalizzerà la sua scelta abbandonando la fisica per dedicarsi alle scienze naturali. Sulla stessa linea, anche se esposta in modo più prudente, si pone Edoardo Amaldi che, insieme agli altri fisici rimasti in Italia, abbandonerà le ricerche sulla fissione nucleare per evitare di essere coinvolto nelle ormai evidenti implicazioni militari: […] non si poteva escludere che a qualcuno venisse in mente di utilizzarci come esperti in problemi nucleari. Decidemmo quindi di abbandonare le ricerche sulla fissione […].

Una strada opposta sarà invece seguita da Fermi e Segrè, che furono fra i principali protagonisti della prima bomba nucleare, ritenendola necessaria per porre fine alla guerra. In particolare, Fermi non firmò la petizione di Leo Szilard e non condivise il “rapporto Frank” contro l’uso dell’atomica, né manifestò pentimenti o dubbi: “Noi, in quanto uomini di scienza […] non rivendichiamo una particolare competenza nella soluzione dei problemi politicisociali e militari che sorgono dalla scoperta dellenergia atomicaMadal momento che larma può essere usata per salvare vite americane e che non siamo in grado di proporre alcuna dimostrazione tecnica suscettibile di porre fine alla guerra, non vediamo alcuna alternativa accettabile allimpegno militare diretto”.

Bruno Pontecorvo, infine, fece una scelta di campo consequenziale alla sua ideologia politica. In un clima di guerra fredda, con il mondo polarizzato tra il Patto Atlantico ed il Patto di Varsavia, scelse quest’ultimo, contribuendo in modo determinante allo sviluppo della fisica sovietica, anche se non è stato chiarito un suo più o meno diretto coinvolgimento nella realizzazione del programma atomico russo.

Storie diverse, che si riannodano e s’intrecciano attorno alla domanda irrisolta sul ruolo dell’uomo di scienza in un contesto politico che fagocita le coscienze imponendo scelte di campo drammatiche, lasciando come unica alternativa il disimpegno, o la fuga, o la morte.

Massimo Chillemi

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*