Libri bruciati nella storia

“Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini”. E’ questa purtroppo un’affermazione confermata dalla storia. Anticamente, soprattutto con la diffusione della Riforma protestante, la Chiesa iniziò ad essere meno tollerante alle opinioni contrarie alle sue.

Per questo motivo Papa Paolo III nel 1542 rafforzò “l’Inquisizione romana”, ovvero un tribunale speciale della Chiesa nel quale venivano condannati gli uomini per le proprie opinioni contrarie, ed in caso di condanna venivano scelte anche le pene da infliggere agli accusati, spesso il rogo per eresia. Nel 1559 la Chiesa, forte dell’autorità che rivestiva, emanò poi una “lista di libri proibiti” che non potevano essere pubblicati e, addirittura, nel caso in cui qualcuno fosse in possesso di uno qualunque di essi, doveva consegnarlo per essere distrutto.

Oltre ad emanare la lista dei libri proibiti, l’autorità religiosa decideva anche quale libro poteva passare alla stampa oppure no. L’autorizzazione veniva chiamata “imprimatur”, ovvero “si stampi”, e oltre a censurare ed eliminare i libri, la Chiesa fece distruggere anche dipinti, poesie e opere che riteneva indecenti o poco rispettosi.

Altri momenti in cui si sono stati distrutti o censurati dei libri risalgono in particolare al periodo della dittatura nazista in Germania, quando il 10 maggio 1933, davanti all’università di Berlino, avvenne il primo Bücherverbrennungen, “rogo di libri”, con il quale vennero bruciati tutti i testi in cui gli autori parlavano di idee democratiche e in particolar modo socialiste. In quel periodo nessuno poteva diffondere le proprie opinioni contrarie, perché altrimenti veniva o torturato o addirittura ucciso, ma era, ed è, cosa comune a tutte le dittature. Oggi, fortunatamente, in tutti i paesi democratici non si riscontrano questi problemi perché ogni persona è libera di scrivere o diffondere o tenere per sé la propria opinione, senza offendere nessuno.

Per legge ciascuno può trattare di argomenti pesanti come la politica o di argomenti leggeri come lo sport senza censure, a meno che non superi certi limiti. In Italia la libertà di stampa è un diritto tutelato dalla Costituzione, che all’art. 21 recita che ognuno è libero di manifestare le proprie idee senza paura di essere intimorito, utilizzando qualsiasi mezzo d’informazione. Grazie ad internet, anzi, oggi possiamo ricercare e approfondire molto più velocemente un argomento anche grazie ai vari motori di ricerca e siti, che forniscono informazioni però non sempre attendibili, poiché non sempre vere.

In ogni democrazia che si rispetti, dunque, vige la libertà di pensiero e la stessa Assemblea Generale delle nazioni Unite ha tutelato questo diritto nella “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”, con l’articolo 19, recitando “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Ma nei paesi non democratici, nelle varie dittature che ancora esistono al mondo, nelle nazioni dove l’integralismo islamico ha preso il potere? Giungono spesso da lì immagini e video preoccupanti.

Al giorno d’oggi tanto è stato fatto, ma purtroppo molto resta ancora da fare. Persino in Italia quasi una ventina di giornalisti vivono ancora sotto scorta e molti hanno subito attentati, se non addirittura sono stati uccisi. La libertà di stampa è un grande valore, e secondo me è necessario che vengano espressi pareri contrari al proprio punto di vista per consentire a tutti di riflettere, ma la verità va tutelata e liberata dalla falsa informazione e dalla censura.

Giuseppe Levita

Classe II, Scuola Sec. di 1° grado “Foscolo” di Barcellona P.G.

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