Abenà

Aveva sempre pensato di scrivere un romanzo che, per un caso davvero insolito e fortuito, diventasse famoso in tutto il mondo. Si chiedeva da dove dovesse cominciare. Provava ad immaginare gli scrittori di successo e si chiedeva se avessero una vita al di fuori della scrittura. Una sera d’estate aveva pure, a modo suo e con la presunzione di piacere, intervistato un grande autore di romanzi di successo. “Ho un piccolo taccuino sempre con me e ci scrivo le idee come vengono in qualunque momento e in qualunque posto” aveva detto con una naturalezza disarmante. Accidenti, come non averci pensato! È così…banale! Ma Melania avrebbe avuto bisogno di un piccolo registratore che si sarebbe acceso da solo appena un pensiero sarebbe passato per la sua mente. Non avrebbe mai avuto il tempo di scriverlo. I suoi pensieri, le sue idee non vivevano così a lungo da poter essere scritti. E poi, quale sarebbe stata la storia da raccontare che già non era stata raccontata? Molti anni prima suo cugino, un tipo fantasioso ed energicamente ancorato alle storie e ai posti dai quali era elegantemente fuggito, le aveva consigliato di scrivere una storia che riguardasse la madre. Sì, sarebbe stata una grande storia perché avrebbe parlato di una grande donna, ma Melania non la conosceva. Avrebbe potuto scrivere di suo padre…ma chi era suo padre e, soprattutto, dov’era quando lei aveva bisogno di un abbraccio che le consentisse di sentire la protezione e la certezza che sarebbe stata difesa dai cattivi? Avrebbe allora raccontato la sua storia ma era talmente ricca di avvenimenti, eventi, persone, luoghi che sarebbe stato difficile mettere tutto insieme. Ad ogni evento negativo avrebbe dato la sua motivazione, così come per le persone e le sue scelte. Aveva la capacità, probabilmente innata, di dare credibilità positiva a tutto ciò che aveva fatto, anche alle cose più brutte di cui un po’ se ne vergognava. Quando si fermava a riflettere e ricordare, non poteva non ridere per tutti quei personaggi che era stata e che era riuscita a far credere alla gente. Per ogni persona conosciuta era una Melania diversa e queste diversità sono entrate nella sua vita e hanno costruito la donna che era diventata dimenticando di delineare il confine tra il vero e il falso, tra chi veramente era e chi aveva ingegnosamente costruito per far colpo su tutti quei volti che avevano fatto da sfondo ad una vita che non riteneva fosse degna di nota. Pensava molto, si perdeva nei suoi pensieri, amava farlo soprattutto quando intorno c’era rumore, confusione, gente disordinata impegnata in azioni e atteggiamenti disordinati, ma anche sdraiata a fissare per un tempo interminabile lo stesso punto nel silenzio dei rumori di casa. Chi fosse, dove volesse andare, cosa volesse veramente dalla vita non l’aveva ancora capito. E quando avrebbe avuto delle risposte? Immaginava, anzi, sapeva sarebbe successo quando il suo corpo esalava l’ultimo respiro. Uno solo le sarebbe bastato per capire tutto. E di questo aveva paura. La paura non era per la morte. La vita sarebbe andata avanti e lei non ci sarebbe stata più. Ma non si può morire solo per un determinato periodo e dipendentemente dalla condotta che abbiamo avuto in vita? Melania avrebbe scelto un periodo non superiore ai tre anni di morte, sarebbero bastati per la purificazione del corpo e dell’anima.

    Il suo viaggio per lavoro era breve, scelse di andare in treno. Amava viaggiare in treno, guardare dal finestrino per vedere le cose allontanarsi e diventare piccole, cercare la luce nelle cucine dei tanti palazzi e immaginare il calore di una famiglia, quella che lei non aveva mai avuto. D’altronde come avrebbe potuto? Si spostava continuamente, si sentiva ed era una persona molto concreta, dinamica, amava stare da sola, essere padrona del suo tempo e del suo spazio, i rapporti con gli altri erano distaccati, formali e convenzionali. Non desiderava un legame serio, non amava i bambini e non le piacevano gli animali domestici. Desiderava solo fermarsi, arredare una casa per poi cambiare arredamento dopo due anni. Era facile abbandonarsi ai pensieri e ai desideri quando era in treno, si sentiva cullata e abbracciata dai sedili sempre più comodi. La fermata alla stazione la distolse dal suo logorio mentale. Guardare la gente correre, salutare, abbracciarsi erano scene di vecchi film visti alla TV. Il treno riprese la sua corsa, mancavano ancora due ore per la sua decisiva destinazione. Avrebbe concluso l’affare della sua vita! Forse era il momento di prendere i documenti ed esaminarli ancora una volta prima di incontrare tutto il consiglio di amministrazione. Una mano le sfiorò il braccio. Il tocco fu così leggero che non sentì il bisogno di girarsi e riprendere in malo modo la persona che le stava dietro. Si trovò di fronte una bambina alta non più di un metro, capelli ricci, occhi scuri e la pelle così sporca da non capirne il colore. Le tese la mano per avere qualche moneta ripetendo, forse neanche sicura del significato delle parole che diceva, che aveva fame e sete. Fu la prima volta che Melania rimase senza parole. Guardava la bambina, sentiva quegli occhi scuri entrare nel suo cuore, il calore di quella manina che neanche toccava. Le chiese il nome ma la bambina continuava a ripetere che aveva fame. Melania si guardò intorno per cercare l’adulto che la accompagnava. Desiderava abbracciarla, mettere le dita tra quei capelli così ricci e restare ferma per un tempo infinito. Le prese la manina e la fece sedere. Non aveva nulla da mangiare, solo delle mentine comprate chissà quando chissà dove, ma in quel momento sperava fossero il passaporto per penetrare nel cuore della bambina. Melania sentì una lacrima scendere dolcemente e rigare il suo volto lasciandole una sensazione di calore. Sentirono qualcuno che urlava qualcosa. La bambina si alzò subito in piedi e cominciò a respirare affannosamente, Melania ebbe paura, i passeggeri si guardavano attoniti senza capire cosa stesse succedendo. Era un viaggio tranquillo, quasi noioso, si rivelò il palcoscenico dell’atto più strano di una commedia neorealista del dopoguerra italiano. Una ragazza di circa 14 anni, alta poco più di un metro e mezzo, molto magra, capelli scuri e ricci, con una borsa così piena da contenere una vita in movimento urlava qualcosa… Melania non capiva, si sentì straniera nella sua terra. Guardò la bambina che continuava a tremare ed ebbe l’impulso di correre verso la ragazza per colpirla ma restò ferma. Tutto il coraggio che ostentava davanti alla gente che frequentava non esisteva, si sentiva pietrificata, aveva paura che qualcuno portasse via quella bambina dai capelli ricci e gli occhi scuri. Era sua. La sentiva fluire nel suo sangue, la sua mente aveva cristallizzato il suo volto, la sua mano aveva trovato il suo posto nel mondo tenendo stretta, quasi da far male, la manina tremante e inerme di quella piccola figura apparsa in un giorno senza nome, su un treno in corsa, in uno dei tanti momenti di una vita vissuta alla ricerca della ricerca. Ed eccola, una giovanissima donnina, dalla pelle scura e carica di rabbia si fermò davanti a Melania e, con uno sguardo gelido da donna finita, allontanò Abenà e, urlandole parole incomprensibili, cominciò a strattonarla portandola verso l’uscita del vagone. La rabbia, la tristezza, l’impotenza attanagliarono Melania in una morsa al cuore e al cervello. Per la prima volta, dopo tanti anni, si sentiva viva. La manina di Abenà le aveva regalato la sensazione di un posto sicuro, sarebbe stata disposta a mettere radici in uno di quei tanti affitti che pagava a vuoto e mangiare pop corn nelle fredde sere di lunghi inverni aspettando il Natale. Il treno si fermò alla stazione, Melania si sporse per vedere ancora una volta quella piccola bambina che le aveva rapito il cuore. Quel cuore che considerava solo un organo muscolare e nulla aveva della sede della memoria tanto decantata nell’antichità. Il treno riprese la corsa e, forse, la voglia di abbandonarsi. Lo sguardo alle porte scorrevoli e il sangue cominciò a zampillare dentro le sue vene, il respiro cominciò ad aumentare, le braccia si allungarono per stringere quel corpicino che correva sorridendo verso di lei. Tra le braccia di Abenà, Melania si sentì a casa e, finalmente, capì a chi apparteneva.

Marina Piperissa

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