La follia più disumana vista con gli occhi dei bambini

Nel corso della Seconda Guerra Mondiale si consumò il più abominevole e diabolico sterminio di massa mai congeniato da una mente umana. Circa sei milioni di ebrei furono uccisi. Una strage immensa che venne definita “Olocausto” o “Shoah”. Letteralmente “Olocausto” significa sacrificio sul rogo, mentre “Shoah” catastrofe, disastro. L’avvento in Germania, nel gennaio 1933, del regime nazista guidato dal Führer Adolf Hitler, introdusse una politica razziale volta ad affermare il dominio della pura razza ariana, a scapito dell’indegno popolo ebraico, traditore e nemico della patria, che trovò tragica attuazione, tramite l’emanazione di provvedimenti, tra cui le leggi di Norimberga del 1935, volti a privare gli ebrei di ogni diritto civile e politico, costretti a portare, come marchio d’infamia, una stella gialla sul petto. Gli ebrei furono interdetti dagli uffici, dalle libere professioni, dalle scuole ariane, dalle banche; espulsi ed allontanati dalle loro abitazioni, furono rinchiusi in appositi quartieri recintati, i famigerati “ghetti”, ove vivevano, praticamente, da reclusi, come appestati, ridotti all’emarginazione, privati di tutti i loro averi, confiscati dall’apparato nazista e sfruttati come manodopera, dietro salari irrisori, nelle industrie del reich.

Nella notte dal 9 al 10 novembre 1938 i nazisti organizzarono un “Pogrom”, una sommossa violenta contro gli ebrei residenti in Germania. I seguaci di Hitler distrussero centinaia di sinagoghe e negozi ebrei: fu una notte d’inferno. Durante il pogrom più di 200 ebrei furono uccisi, più di 30.000 uomini di origine ebraica furono arrestati e imprigionati nei campi di concentramento. Quella notte avrebbe preso il nome di “Notte dei cristalli”, a causa dei tantissimi vetri infranti che il giorno seguente giacevano per strada.

I nazisti volevano scacciare gli ebrei dalla Germania e dai paesi europei occupati, trasportandoli in treno, ammassati uno sull’altro peggio degli animali, fino a raggiungere i campi di concentramento. Avevano pianificato di uccidere la maggior parte dei deportati all’arrivo e di costringere gli altri a lavorare tanto duramente, da morire di stenti.

Il giorno della memoria si celebra il 27 gennaio perché in questa data le Forze Alleate liberarono il campo di concentramento di Aushwitz dai tedeschi. Al di là di quel cancello, oltre la scritta ‘’Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi)’’, apparve l’inferno. E il mondo vide allora per la prima volta da vicino quel che era successo, conobbe lo sterminio in tutta la sua realtà. Il giorno della memoria non vuole far conoscere i genocidi di cui l’umanità è stata capace, ma far sapere a tutti a quale punto l’uomo è capace di arrivare.

Si è parlato sempre tanto di queste atrocità e anche a scuola, durante il giorno della memoria, abbiamo visto un film dal titolo “Il bambino col pigiama a righe”, tratto dall’omonimo romanzo di John Boyne. Bruno, un bambino di appena nove anni, è costretto a trasferirsi con la famiglia da Berlino ad Auschwitz  a causa del lavoro del padre, ufficiale dell’esercito tedesco. Qui Bruno vive delle esperienze e vede delle cose che non capisce, ma che comunque nessun bambino e nessun adulto dovrebbe mai vedere. La casa è completamente diversa dalla casa in cui Bruno abitava inizialmente, infatti questa era molto più piccola, e dalla sua finestra non vede più strade e bancarelle, ma soltanto una grande rete che contiene delle persone: queste portano tutte lo stesso pigiama a righe e un berretto di tela in testa. Bruno adorava la casa di Berlino, soprattutto perché era grande ed ogni giorno aveva sempre qualcosa di nuovo da esplorare, ma lì ad Auschwitz non c’è nulla da esplorare.

Questo spinge il bambino a cercare divertimento al di fuori delle mura domestiche e ad esplorare la grande rete che ogni giorno vede dalla sua finestra. E lì, oltre la rete, trova un nuovo amico: Shmuel. Il titolo del libro è naturalmente riferito al modo di vestire di Shmuel e di tutte quelle altre persone al di là della rete, che Bruno chiama appunto in pigiama. Con questo personaggio l’autore ci fa vivere una delle peggiori vicende avvenute nel corso della storia, attraverso gli occhi di un bambino, che sicuramente non capisce la gravità della situazione. Un bambino che subisce forti condizionamenti dai parenti (in modo particolare dal padre), ma il cui modo di pensare ed agire resta innocente ed ingenuo. Il padre di Bruno è un uomo molto rigido e attento al rispetto delle regole. Viene sempre ammirato dal piccolo Bruno, che lo vede come un idolo.  I due bambini, anche se diversi per alcuni versi, sono molto simili. Durante l’anno diventano grandi amici, anche se si limitano a parlare, perché a causa della rete che li divide non possono giocare assieme. Bruno decide di tenere la famiglia all’oscuro della sua nuova amicizia e di far si che sia tutta per se. Ed ogni giorno di quell’anno esce di nascosto per andare a trovare il suo amico. Dopo un anno trascorso ad Auschwitz la madre decide di riportarlo a Berlino, e così Bruno decide di andare a trovare Shmuel per dirgli addio,ma non lo trovò. Questo accadde per due giorni, al terzo giorno Shmuel si presentò e spiegò il perché non si era presentato nei giorni precedenti: suo padre era scomparso. Così i due bambini si organizzarono per il giorno dopo per mettere in atto il loro piano: Bruno si sarebbe vestito con il pigiama a righe e avrebbe aiutato Shmuel a cercare il padre. L’ultima grande esplorazione

Sofia Tringali 3C I.C. TORREGROTTA

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