#PalermoChiamaItalia2020-Il Coraggio di Ogni Giorno

Sabato 23 maggio 2020 ricorre il 28° anniversario della strage di Capaci in cui fu ucciso il giudice Giovanni Falcone, precedendo solo di 57 giorni il collega e amico Paolo Borsellino, vittima dell’altrettanto terribile attentato di Via D’Amelio del 19 luglio 1992. Riconosciuta questa data come “Giornata della Legalità in ricordo di tutte le vittime delle stragi mafiose”, da ventotto anni ormai Palermo accoglie ogni 23 maggio studenti provenienti da ogni parte d’Italia con la “Nave della Legalità” e vede lunghi cortei e manifestazioni che ribadiscono il NO delle nuove generazioni alla cultura mafiosa.

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La locandina di #PalermochiamaItalia 2020

Anche se in questo anomalo 2020, sconvolto dalla pandemia mondiale del Covid19, tutte le manifestazioni e gli assembramenti sono stati vietati, non per questo la “Fondazione Falcone”, promotrice dell’evento #PalermoChiamaItalia insieme al Ministero dell’Istruzione”, ha rinunciato al momento di riflessione collettiva che davanti all’Albero di Falcone di via Notarbartolo accompagnava annualmente alle 17:57, ora dell’esplosione, la scansione dei nomi delle vittime di entrambe le stragi, tutte degne di essere ricordate individualmente: Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro; Paolo Borsellino a gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. #PalermoChiamaItalia è stato quindi trasformato nell’evento online #PalermoChiamalItaliaalbalcone-Ilcoraggiodiognigiorno, flashmob dedicato anche agli eroi della battaglia contro il Coronavirus, medici e personale sanitario, senza perdere tuttavia il suo valore di monito alla costante difesa della legalità minacciata dalle organizzazioni criminali, da sempre il pericolo più grave per la vita democratica del nostro Paese. Un lenzuolo bianco e il tricolore daranno il segno di una partecipazione collettiva.

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Ma “Il miglior modo di far memoria è impegnarci 365 giorni all’anno” sostiene uno degli uomini che non hanno mai smesso di battersi contro le organizzazioni criminali che inquinano la nostra società: don Luigi Ciotti. Fondatore tra l’altro dell’associazione “Libera” che ha scelto una data positiva – il 21 marzo simbolo della primavera e della rinascita – come data della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, egli da sempre difende il diritto di tutti i morti per mano mafiosa di essere ricordati per nome, non solo con la generica definizione “uomini della scorta”, e prevede alzi ogni 21 marzo il lungo appello di oltre 1000 vittime sinora riconosciute, anche coloro che si sono solo trovate “al posto sbagliato nel momento sbagliato”.

Se è vero che, come ha spesso dichiarato, “la mafia è un problema che ci trasciniamo da secoli perché è un problema politico e sociale, un problema di lavoro, un problema di casa, un problema di scuola”, la memoria non può fermarsi alle ricorrenze se veramente vogliamo sperare che il cancro morale, sociale ed economico rappresentato dalla criminalità organizzata possa essere estirpato in modo efficace. E per farlo bisogna impegnarsi, come ha fatto lui a 360 gradi o anche solo con un piccolo contributo.

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Una vita dedicata agli altri quella di Luigi Ciotti, più conosciuto come “don Ciotti”. Nato nel 1945 a Pieve di Cadore, provincia di Belluno in Veneto, emigrò successivamente a Torino con la sua famiglia negli anni ’50 e fondò, nel 1965, il Gruppo “Abele”, un’associazione che “promuove l’inclusione e la giustizia sociale attraverso un impegno che salda accoglienza e cultura, dimensione educativa e proposta politica”. Nel 1972 Venne ordinato sacerdote da padre Michele Pellegrino, che gli assegnò come parrocchia “la strada”, luogo di povertà e di fragilità, di domande e provocazioni dalle quali imparò moltissimo. Con l’”Abele”, in cinquantadue anni realizzò opportunità e progetti per gli immigrati, per le persone tossicodipendenti, per le ragazze prostituite, per gli ammalati di Aids e per tutte le persone segnate da povertà. A questo si aggiunse un impegno nella ricerca, formazione e informazione attraverso un centro studi, una casa editrice, due riviste e percorsi educativi rivolti a giovani, operatori e famiglie. L’attenzione di don Luigi e del Gruppo Abele si è poi estesa negli anni a in diversi ambiti, dalla mediazione dei conflitti allo studio delle nuove forme di dipendenza, dai progetti di cooperazione allo sviluppo, al settore culturale e formativo, un ambito che raggruppa iniziative e progetti di vario genere, accomunati dall’intenzione di fornire al pubblico strumenti per la riflessione e lo studio, in particolare sui temi del lavoro sociale. Convinto dell’importanza del “noi”, don Luigi incoraggiò reti di impegno sociale, tra queste il “Coordinamento nazionale delle Comunità di accoglienza”, che presiedette per oltre 10 anni, e la “Lega italiana per la lotta all’Aids”, della quale pure fu presidente. Nel corso degli anni ’90, il suo impegno si è allargato e concentrato alla denuncia e al contrasto del potere mafioso, dando vita al mensile “Narcomafie” e nel 1995 a “Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”. Nel novembre 2000, durante la terza conferenza nazionale sulle droghe Ciotti con il Gruppo Abele denunciò il mancato coinvolgimento dell’associazionismo sul piano delle politiche in materia e rivendicò il diritto alla cura per le persone dipendenti da sostanze stupefacenti, mentre nel 2004 si oppose alla Legge Fini-Giovanardi, il pacchetto di misure che tra le altre cose inasprì le sanzioni per il consumo di droghe. Nel 2007 è una delle poche personalità cattoliche a schierarsi a favore delle proposte del governo Prodi per le coppie di fatto. Nel 2008 denunciò la pericolosità dell’introduzione del reato di immigrazione clandestina. Nel 2014 “Famiglia Cristiana” lo elegge “Italiano dell’anno” mentre Papa Bergoglio lo vuole con lui alla celebrazione della Messa in memoria delle vittime innocenti di tutte le mafie. Impegnato in prima persona, con il Gruppo Abele, nel contrasto alle povertà e nella rivendicazione dei diritti per rifugiati e migranti riesce ad ottenere inaspettati risultati. In una delle sue frasi celebri, più spesso pronunciata è sintetizzata tutta la sua vita e la sua missione: “Nella vita ho due grandi punti di riferimento, il Vangelo e la Costituzione. La mia vita è spesa nel cercare di saldare il Cielo e la Terra, la salvezza celeste con la dignità e la libertà terrena”.

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Oltre a questa, la più conosciuta, ne sono state estrapolate altre da “l’intervista a Don Ciotti” del Corriere di Latina del 2014, ad esempio: “stanno assassinando la speranza della gente”; “beh, però uno scatto di più dobbiamo farlo” e la già citata “è un problema che ci trasciniamo da secoli perché un problema di politica e sociale, un problema di lavoro, un problema di casa, un problema di scuola”. Queste frasi sono simbolo ed emblema della battaglia che Ciotti portò avanti dalla “Fondazione Libera”, cercando di sottrarre alla mafia il controllo sui beni dello Stato e dei cittadini, sensibilizzando le menti grazie alle numerose interviste e discorsi. Altri, come lui, hanno combattuto o combattono ancor oggi contro le “mafie”, uomini come Falcone e Borsellino, Peppino Impastato, Don Pino Puglisi, Beppe Alfano e Roberto Saviano.

Sebbene anche oggi l’attività dell’antimafia continui incessantemente, seppur senza progressi definitivi e Cosa Nostra continui comunque a fiorire anche grazie all’ausilio di nuove e diverse dinamiche rispetto alle passate guerre di mafia – come ad esempio l’uso massiccio di ragazzi come spacciatori, fattorini o controllori – i giovani sono sempre di più in prima linea nella lotta per la legalità. A Palermo, ad esempio, alcuni ragazzi hanno creato e gestiscono un’organizzazione chiamata “Addio Pizzo” con la quale invitano numerosi commercianti a lottare contro il racket delle estorsioni in mano alla mafia. Inoltre, anche grazie al ruolo di film e serie tv di denuncia, si è approfondita la conoscenza del problema criminale che, sebbene difficile da debellare, non può più contare sempre e incondizionatamente sull’omertà e la paura. Combattere le mafie non è facile, anzi è un compito profondamente arduo e complesso. Infatti per fronteggiarla non si deve e non si può procedere esclusivamente con la forza, poiché non è con la forza che si trasmettono valori come l’educazione, la bontà, la generosità, l’empatia. Si dovrebbe per questo, come già hanno provato a fare molti uomini impegnati a contrastare la mafia, educare i giovani e i ragazzi alla legalità e alla giustizia.

Don Ciotti, in questo, è uno dei migliori e con la forza dei suoi discorsi arriva alle coscienze di grandi e piccoli, riuscendo a spiegare complessi meccanismi burocrati con semplici parole. Se quindi, riprendendo la sua abituale affermazione, ormai “la mafia è un problema che ci trasciniamo da secoli perché è un problema politico e sociale, un problema di lavoro, un problema di casa, un problema di scuola”, la cosa migliore che possiamo fare è allora sensibilizzare la gente, perché una persona cosciente, con i valori della giustizia, dell’altruismo e dell’onestà, non si sottometterà facilmente alla criminalità, a quel orribile mostro che attanaglia la nostra Italia.

Santi Scarpaci

Classe III, Scuola Sec. di 1° grado “Foscolo” di Barcellona P.G.

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