Napoleone Bonaparte, mito dalla gloria senza fine

Napoleone: è l’anno 1795 quando in Francia i Termidoriani approvano la loro “Terza costituzione”, che prevedeva un Governo formato da cinque persone: il Direttorio. Era la fine della Rivoluzione francese e iniziava una nuova epoca, una fase in cui, nell’instabilità politica, si affermò sempre più un giovane ufficiale dell’esercito che pian piano sarebbe diventato una delle figure più importanti della Francia, del mondo intero e della storia: Napoleone Bonaparte. Un uomo che riuscì a trasformare ciò che era divenuto pubblico, “Res Pubblica”, ovvero la Repubblica francese, in qualcosa di privato, l’impero francese.

Napoleone Bonaparte, mito dalla gloria senza fine

Ma chi era Napoleone?

Originario della Corsica, nacque ad Ajaccio il 5 agosto 1769, figlio di Carlo Bonaparte, un avvocato di nobile origine ma non ricco, e di Letizia Ramondino, donna inflessibile ed energica. Nel 1799, all’età di dieci anni, il padre lo mandò a studiare in Francia, prima nel consiglio di Autun, poi nella scuola militare di Brienne. La disciplina era molto dura, spesso i compagni lo schernivano per la sua piccola statura e per il suo pronunciato accento corso, tuttavia le risse che ne scaturivano si concludevano quasi sempre con la vittoria di Napoleone. Era un eccellente scolaro e riusciva bene negli studi, grazie alla sua determinazione e alla sua intelligenza e memoria straordinaria. Una volta superati brillantemente gli esami, quando aveva 15 anni si trasferì alla scuola militare di Parigi e lì fu nominato sottotenente di artiglieria. Nel frattempo morì il padre e del misero stipendio che guadagnava una piccola parte la teneva per sé e il restante lo spediva in Corsica alla madre rimasta vedova con sei figli. Nonostante la difficile situazione, continuava ad istruirsi autonomamente: era appassionato di storia, di matematica, di musica, e leggeva le opere dei filosofi e degli illuministi. Nel 1788 venne trasferito con il suo reggimento ad Auxonne, dove iniziò ad interessarsi della specialità militare che sarebbe poi diventata la sua preferita: tattica ed artiglieria. Nel 1793, in piena Rivoluzione francese, decise di schierarsi a favore del governo giacobino, ebbe un ruolo determinante nella riconquista di Tolone occupata dagli inglesi e fu premiato con la nomina a generale di brigata. Quest’evento segnò l’esordio di uno strabiliante destino: diventare generale a soli 25 anni. Nell’ ottobre del 1795 fu a capo della repressione militare contro la folla che era insorta contro la Convenzione Nazionale, uccise molti ribelli, salvò il governo in carica ed ottenne la riconoscenza di uno dei futuri membri del direttorio, Barras, che immediatamente dopo gli fece affidare il comando della campagna d’Italia. Risale proprio ad allora l’incontro con Giuseppina Beauharnais, una bellissima creola della Martinica. Innamoratosi perdutamente di lei, decise di sposarla. La donna, ambiziosa e furba, accettò di buon grado poiché comprese sin da subito le enormi potenzialità del giovane generale.

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Ma fu un legame vantaggioso per entrambi poiché, grazie a tale unione, Napoleone si vide spalancati i più prestigiosi salotti dell’aristocrazia francese e questo naturalmente facilitò ancor di più la sua ascesa. Nella Campagna d’Italia, con un esercito di 38.000 uomini, contro tutte le aspettative si mise subito in luce ottenendo incredibili vittorie. Dopo aver sconfitto i Piemontesi e gli Austriaci, nel 1797 con il Trattato di Campoformio ottenne la Lombardia e l’Emilia Romagna. Conquistò Roma e proseguì con la presa di Napoli e la cacciata dei Borboni. Da lì fu un susseguirsi di strabilianti vittorie e territori conquistati, che furono organizzati in “Repubbliche sorelle” in cui furono stabilite le stesse libertà ottenute dai Francesi grazie alla Rivoluzione. Restava invece un potente nemico: l’Inghilterra. Per renderla più debole dal punto di vista economico, il Direttorio spedì Napoleone alla conquista dell’Egitto per porre fine ai traffici inglesi nel Mediterraneo.

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Era il 1798. Le truppe francesi conquistarono Malta e sbarcarono ad Alessandria, successivamente sconfissero i soldati turchi nella “battaglia delle piramidi”. Qualche giorno dopo, però, gli inglesi attaccarono e distrussero la flotta di Napoleone ad Abukir. L’Inghilterra allora approfittò del momento di crisi, dopo la sconfitta, per riprendere la guerra in Europa, alleandosi con Austria, Russia, Regno di Napoli e Turchia. Abbandonato il suo esercito in Egitto, Napoleone decise di fare ritorno in patria e il 9 novembre (18 brumaio) del 1799, dichiarando “la patria in pericolo”, entrò con un gruppo di soldati nella sala in cui si riuniva il Direttorio, la sgombrò e, compiendo un colpo di Stato, sostituì i Direttori con tre consoli, proclamò sé stesso Primo Console e in questo modo instaurò la dittatura. Durante gli anni del Consolato stroncò i suoi principali oppositori politici condannandoli a morte, al carcere o all’esilio. Il 1804 fu poi un anno molto significativo per lui. Infatti, forte del grande consenso di cui godeva, pretese che gli fosse riconosciuto il titolo di imperatore.

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Così il 2 dicembre 1804 si fece incoronare da papa Pio VII nella cattedrale di Notre-Dame, a Parigi, ma durante la cerimonia compì un gesto dal significato inequivocabile con cui volle sottolineare ancor di più la superiorità dello Stato sulla Chiesa: tolse dalle mani del pontefice la corona e se la pose lui stesso sul capo affermando “Dio me l’ha data, guai chi me la tocca”. Aveva trasformato la Francia da repubblica in impero perché convinto che la rivoluzione avesse oramai fatto il suo corso, che fosse necessario ritornare alla normalità e che il paese sarebbe stato servito al meglio da una nuova dinastia, che sancisse le conquiste sociali ed economiche in un quadro politico conservatore ma ormai borgheese. Napoleone diventò così una specie di Cesare moderno. L’impero però non portò la pace. Nel 1805, infatti, una Terza coalizione di Stati europei dichiarò guerra alla Francia. Dopo avere sconfitto gli Austriaci e i Russi nella Battaglia di Austerlitz, Napoleone occupò la Germania, l’Olanda e la Spagna. Tra il 1808 ed il 1810 Napoleone era al culmine della sua potenza. La Francia dominava l’Europa continentale. Ed è il 1810 quando sposa la sua seconda moglie, Maria Luigia d’Asburgo, figlia dell’imperatore d’Austria. Matrimonio di interesse politico al quale il “piccolo corso” non seppe resistere. Raggiunse poi il massimo della felicità quando la moglie gli diede un figlio maschio, Francesco Napoleone, re di Roma. Nel 1812, però, convinto di essere imbattibile, dopo aver organizzato un esercito di 650.000 uomini, iniziò la Campagna di Russia. Fu una disfatta. Il generale Kutuzov, comandante dell’esercitò russo, infatti, diede l’ordine di incendiare i raccolti e i villaggi così che i francesi non potessero trovare ciò di cui necessitavano per rifornirsi. Solo a settembre Napoleone affrontò in uno scontro diretto i Russi e li sconfisse. Nonostante la vittoria si rendeva però conto di quanto la sua impresa fosse disperata e l’esercito nemico fosse forte e astuto. Inoltre il gelido inverno russo era alle porte e mancavano i mezzi e i viveri per sostenerlo. Il generale decise di tornare indietro ma iniziò una disastrosa ritirata: decimati dalla fame e dal freddo, attaccati dai Russi durante il passaggio del fiume Beresina, solo 100.000 soldati riuscirono a sopravvivere. Ma Napoleone non demordeva mai. Tornato in Francia organizzò un nuovo esercito, ma fu sconfitto a Lipsia nel 1813 e fu costretto ad abdicare e ad andare in esilio sull’isola d’Elba. Nel 1815, tuttavia, riuscì a scappare e tornò nuovamente in Francia, dove riprese il potere. Questa volta, però, non riuscì a mantenerlo per molto tempo, resistette solo i famosi “100 giorni” che bastarono alle potenze europee per allearsi e sconfiggerlo definitivamente a Waterloo nel 1815.

I suoi ultimi giorni li visse in esilio a Sant’Elena, un’isola sperduta nell’Atlantico, dove spirò a causa di un cancro allo stomaco il 5 maggio 1821. Fu dotato di enormi eserciti, ma la vera arma che portò Napoleone al successo fu il suo cervello, la sua abilità di rielaborare nuove soluzioni per qualsiasi problema e quella di afferrare al volo i fatti e le idee. Come generale fu un vero genio, ed ebbe anche un grande ascendente sui suoi uomini, che lo adoravano soprattutto perché, nelle grandi battaglie, a differenza di molti altri, era sempre presente. L’ambizione fu la sua stella polare e la sua irrefrenabile sete di potere lo portava spesso ad affermare: “Io amo il potere da artista, come un violinista ama il suo strumento”.

“Fu vera gloria?” si chiede, ci chiede, Alessandro Manzoni nell’ode”Il cinque maggio” a lui dedicata alla sua morte. “Ai posteri l’ardua sentenza” è la risposta, ma è indubbio che, anche dopo la sua scomparsa, il mito del grande generale vittorioso, del genio militare pari solo ai più grandi di tutti i tempi, del piccolo ufficiale corso salito sul trono imperiale in un momento di passaggio da un periodo storico ad un altro profondamente segnati dagli sconvolgimenti della rivoluzione francese – secoli dallo stesso Manzoni definiti “l’un contro l’altro armati” – continuò e non ha avuto mai fine.

Martina Crisicelli

Classe II, Scuola Sec. di 1° grado “Foscolo” di Barcellona P.G.

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