Storia di Lia Levi: soltanto una bambina… e basta.

Questa è la storia di una bambina. Non di una bambina ebrea ma di una bambina… e basta. Il nome di questa bambina è Lia Levi e sin da piccola è sempre stata molto timida e insicura. Insomma, è sempre stata come tutti gli altri bambini, con la stessa ingenuità e senso di sincerità che trasparisce dai suoi occhi. Ad un certo punto della sua vita, però, la piccola Lia, ascoltando attentamente le parole dei genitori, apprende la notizia che la sua vita sta per cambiare radicalmente, così come la sua scuola e tutto quello che la circonda, per fare spazio ad una realtà ben diversa da quella che ha imparato a conoscere fino a quel momento. Infatti, in Italia, con l’avvento delle discriminazioni portate dalle leggi razziali, nel 1938 la situazione diventa molto difficile per gli ebrei e la famiglia di quest’innocente creatura deve, piano piano, imparare a conoscere un mondo sempre più ostile, che darà uno strattone e butterà da parte chiunque provi a sfidarlo. Così la piccola Lia inizia a frequentare una nuova scuola, la scuola ebraica, e le piace molto, tant’è che la definisce come “una giostra fatta di chiasso e colori”. Tempo dopo, però, le cose iniziano a peggiorare, sin da quando suo padre perde il lavoro e, con esso, anche tutta la sua allegria e la sua voglia di vivere che trasmetteva anche alla piccola.

Storia di Lia Levi: soltanto una bambina... e basta.

La bambina è sempre stata molto affezionata alla sua famiglia e lei e il padre proveranno molto dolore quando la zia, in seguito al suo precedente arresto, verrà fucilata e con sé porterà via anche tutta la felicità che contagiava tutti i parenti quando, suonando il pianoforte, trascinava tutti con sé nell’intonare dei folli e sereni canti. La tenera Lia, con il tentativo della sua famiglia di espatriare in Francia fallito, può poi notare come le cose sembrino un po’ andare per il verso giusto, in quanto suo padre trova un lavoro in un ufficio e per questo l’intera famiglia, da Torino, si trasferisce a Milano, dove anche il rapporto con la scuola sembra andare meglio per la bambina, tant’è che viene sempre elogiata dalle insegnanti quando legge i suoi temi. Inoltre Milano le appare come una città molto affettuosa. Poco dopo, però, tocca a tutti trasferirsi un’altra volta: a Roma, dove il padre di Lia potrà riprendere il suo lavoro e dove lei, nonostante un po’ di malinconia, col tempo si affeziona anche ai suoi nuovi compagni. Crescendo Lia, inizia a provare un certo senso di colpa nell’essere quello che è, un’ebrea, sentendo la sua condizione come un qualcosa da nascondere, da tenere segreto ma, dopo l’entrata dei tedeschi a Roma, queste sensazioni lasciano posto alla paura. Successivamente Lia e le sue sorelle vengono portate dai loro genitori in un collegio cattolico, dove le suore le aiutano e le proteggono, ma anche se questo collegio tenta di rifugiarle e metterle al sicuro, comunque la paura continua a crescere, non svanisce.

Storia di Lia Levi: soltanto una bambina... e basta.

Ad un certo punto, allora, Lia, ormai tredicenne, arriva ad un punto cruciale della sua vita, in quanto non riesce più ad identificare se stessa e la sua religione: attratta, infatti, dal mondo cattolico in cui è cresciuta durante l’adolescenza, la ragazzina inizia ad esaminare il suo credo e comincia a pensare che forse sia meglio seguire un Dio che ama rispetto ad uno che si “impunta sull’occhio per occhio”. In realtà il desiderio di cambiare il suo modo di vedere la fede nasce dall’esigenza di volere un “Dio buono”, che finalmente aiuti la sua famiglia, al posto di provocare tante guerre e sofferenze. Finalmente, però, con lo sbarco degli Alleati ritorna la speranza e Lia, con tutta la sua famiglia, ritorna a casa. La madre, che ha sempre avuto un rapporto molto intenso con la figlia e l’ha sempre costretta a rispettare le regole della propria religione e a mantenere la propria diversità, ad un certo punto, però, decide di liberarla da questo peso e di farla sentire una semplice bambina. Così, quando la ragazzina decide di inviare una lettera alla radio per partecipare ad un gioco, scrivendo “Cara radio, sono una bambina ebrea…”, la madre riduce in mille pezzi il foglio e, sorridendo, la guarda e le dice “Non sei una bambina ebrea, hai capito? Hai capito? Sei una bambina. Una bambina… e basta.”

Noemi Pelleriti

Classe III, Scuola Sec. di 1° grado “Foscolo” di Barcellona P.G.

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