Una partita d’altri tempi #Settestoriedimemoria_05

Si andava col bus, poi gambe in spalla; qualcuno, invece, aveva il “vespone”. Il campo? Lontanissimo. Da qualsiasi zona si provenisse. Il padrone della palla non stava mai in porta; i “mazzacani” delimitavano la rete, perché non c’erano i pali; l’altezza della traversa si regolava su quella del portiere. La superficie di gioco? Di terra ovviamente, così i segni che portavi a casa confermavano che eri andato a giocare. Vi basta?

Nuvole incombenti di fine autunno; ancora quasi freddo. Il campo da gioco in capo al mondo, tra sentieri di capre e cantieri edili appena aperti. Noi contro di Loro. Subito le formazioni.

Per Loro, in porta un biondino basso tutto pepe. In difesa, al centro: un corto e un lungaccione che sembrano Topolino e Pippo e un terzino di destra, invece, che non pare proprio Minnie. A sinistra, un fluidificante che non fluidifica affatto e all’ala un certo Antonio, veloce come un marsupiale.

A parte un Bronco Bill inguardabile, il centrocampo è di sostanza: da una parte l’Umile lottatore, dall’altra l’Onnipresente che gira come un motorino. In attacco il Padre di famiglia – che dicono facesse davvero il calciatore una vita prima – e Daniele nostro, prestato per fare undici contro undici, come nelle partite vere.

Noi: rivoluzione tattica con effetto sorpresa. A Maurizio, di solito arcigno difensore, il compito di fare gol; Giò, detto Cozzis, tiene duro al centro senza complimenti; Fabrizio Brisio, con il piedino di fata e l’aria spaurita a produrre azioni. Dietro, Ciuffo The Genius ben piantato a destra, mentre a Frank viene ordinato di abbattere senza scrupoli ogni cosa che si muova. In mezzo dirige Spillo, ma non era Altobelli.

Alle mezze ali, i due stranieri: Pepe e Giovanni “il Negro”. Poi Luciano, sprizzoso di affondi, ma nulla più. Ci ritroviamo con noi, non si sa come, anche un tale Donato; dicono cavallo di razza. Non si capisce chi l’abbia portato, ma si sa: a caval donato … Invece, colmo dei colmi: Longman, il gigante buono, questa volta offrirà il petto alle puntate avversarie coprendo la porta.

Neanche il tempo di ammirare il panorama che entra già il primo gol per Loro. Pronta la reazione: Maurizio fugge sulla fascia e tocca per Brisio, solo al centro. Piedino non sa decidersi tra un pallonetto e un piazzato e la porge lenta al portiere, che ringrazia. Su azione quasi analoga, Brisio però non sbaglia. È 1-1.

Loro riattaccano con veemenza ed è la difesa a salire in cattedra. Frank spaccagambe è su ogni palla che viene da sinistra. L’afferra di petto, di coscia, di piede, di unghia. Salva sul traditore Daniele in azione quasi regolare, arrangiandosi anche a ‘mmoffe. Ciuffo si sbatte da par suo, cioè da leone. Tocca senza fronzoli e rilancia. Cozzis contrasta e produce, corre e becca calci. Ma non basta: l’Onnipresente fa 1-2 per loro.

Il pareggio è un balletto a passo di samba. Dalla difesa a Cozzis che vede Brisio a sinistra. Brisio attende e ripesca Cozzis con un lancio al gianduiotto. Il centrocampista sconcerta un avversario e apre a Maurizio sulla fascia. Fuggi Maurizio, fuggi sulla destra. Lui provvede e la mette al centro ancora per Cozzis, che non deve sbagliare e non sbaglia! Il 2-2 meriterebbe almeno un replay, ma siamo in aperta campagna.

Esulta troppo la difesa e si distrae. Il Padre di famiglia si ricorda del suo passato e insacca di testa, quasi da fermo: 2-3. Ora Loro hanno preso fiducia. L’Umile è la sorpresona della partita. Tolti gli occhiali da Clark Kent e il montgomery retrò, sfodera un imprevedibile Mr. Hide nei contrasti. L’Onnipresente, invece, pare addirittura che abbia un piede in più. Il resto dei Loro fa solo tappezzeria.

Noi a questo punto ci ributtiamo in attacco, alla ricerca del pareggio. Maurizio imbeccato da solo al centro dell’area avversaria – che c’era solo da metterla dentro e leccarsi i baffi – sbaglia la prima. Poi Brisio scende sulla sinistra e la porge calibratissima alla “fidati di chi conosci”, di nuovo per Maurizio. Solo, insaziabile e tradizionalista, lui la sbaglia ancora. Censura verbale.

Ovviamente, come spesso succede in questi casi, il 3-3 arriva per caso. Tiraccio senza pretese di Spillo da centrocampo; finta Donato, finta pure Pepe; Topolino e Pippo: non pervenuti. Il biondino basso che sta alla porta, per non essere da meno, finta anche lui. Così facciamo gol Noi, a ‘ntrasattu.

Intervallo; si cambia campo. Tra nuvole che dicono “sta quasi per piovere” e preoccupazioni di Ciuffo per una invasione di pecore che pare imminente giù dalla collina, ci accordiamo per una sostituzione. Daniele, infruttuoso con loro, tornerà con noi. In cambio, doniamo Donato, altrettanto infruttuoso. Luciano, invece, non riusciamo proprio a darlo a nessuno. Neanche gratis al pecoraio non pagante.

Daniele e Brisio ricongiunti, diventano così coppia perfetta. Si cercano con trame semplici, arrivando veloci in area avversaria. Brisio, Daniele, Brisio: tutto sulla sinistra. Palla ancora a Daniele che trova un buco al centro, ma sparacchia fuori col piede sbagliato. È solo l’antipasto.

Ci riprovano; sempre da sinistra. Di nuovo Daniele al tiro, da posizione disumana: fortissimo, angolatissimo, bellissimo. Gol! Grugnisce Maurizio d’approvazione e ridacchia sotto i baffi, per un 4-3 da antologia.

 Loro non ci stanno e vanno tutti in avanti a testa bassa. A questo punto inizia il Longman show. Il portierone tutto muscoli e capelli si danna l’anima richiamando i compagni alla posizione, esce alla desperado sui piedi di un attaccante e manda in angolo un pallone insidioso. Ancora, ingaggia un corpo a corpo con un primo avversario e anticipa un secondo, spingendosi fino a centrocampo per poi rinviare.

La difesa si è abbassata troppo, ma sale Ciuffo alla distanza con marcature costanti e occhi attenti. Ora fa di tutto: corre, contrasta, anticipa e rilancia. Infine si fa un volatone verso l’area avversaria. Vai Ciuffo, vai verso la gloria. Provaci! Ma i difensori lo fermano con un calcio – quasi regolare – alle parti sacre.

La barriera però funziona. Loro si stanno stancando; possiamo rilanciare. Sono gli stranieri, a questo punto, a fare la differenza. Gran tiro da lontano del Negro che trova la deviazione in autogol della difesa. Di nuovo tiro in fotocopia e ancora gol: 6-3. Pepe finalmente si sveglia: prima manda Daniele a tirarla dentro a fil di palo, poi ne fa due in pochi minuti, tanto per ricordare a tutti che il migliore era lui: 9-3. Devastanti.

Regaliamo l’ultimo gol della partita al Padre di famiglia sul fischio finale – che forse era quello del pecoraio – insieme all’illusione, per lui, di essere ancora sui campi veri. Finisce 9-4, alle soglie delle ombre incombenti della sera, con il terreno di gioco che sembrava dovesse franare da un momento all’altro.

Le nuvole sono diventate ancora più nere, ma per fortuna ci hanno graziato. Le pecore pure. Il tempo di cambiare la maglietta e metterci un giubbino addosso, giusto per non prendere un malanno.

Via, si torna a casa. Sarà un viaggio.

CONSIDERAZIONI

Non rammentavo più di aver scritto i resoconti di alcune partite con i compagni di classe al liceo. Qui, di due testi dell’epoca, ne ho fatto uno, mischiando ricordi e persone come le carte in un mazzo; reinventando pure qualcosa. Ritrovare le vecchie pagine scritte a macchina mi ha fatto impressione. Sono la prova tangibile del tempo trascorso; ciò che mi ostino ancora a non vedere tra le pieghe della mia faccia. Tant’è.

 Spesso guardo dei video sul web. Partite di giovanissimi allievi delle scuole calcio; alcuni sono già nelle serie minori. Vedo certi giocolieri che dribblano mezza difesa e pure l’arbitro e fanno gol col tiro a giro o con il pallonetto, per poi mostrare le mani a cuoricino verso uno dei tanti smartphone sugli spalti. Come gli attori più consumati o già consumati.

 Vedo anche genitori della mia età, ma soprattutto più giovani, “prendersi a mazzate” in campo con altri genitori, cercando nella violenza fisica e verbale di dare ragione alle loro inutili ragioni e a quelle dei figli. Osservo e penso: noi, a quei tempi in campo, eravamo dei “babbasoni” senz’arte né parte; niente cuoricini né telecamere, anche perché il pubblico non c’era e manco gli spalti; nessun tiro a giro, veroniche, rabone o dio sa cosa. Sui fondamentali, lasciamo stare. Uno stop di petto, riuscito, su quattro era già un risultato.

 Però, ugualmente, facevamo il gioco più bello del mondo. E ci piaceva troppo! Perdevamo da professionisti, ma se vincevamo, ci sentivamo campioni. Bastava poco.

 

Francesco Galletta

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