E se non tutto servisse a qualcosa?

Nella società contemporanea le domande preliminari ad ogni azione che compiamo sono: “a cosa serve?” oppure: “Cosa ci guadagno?”. Molto spesso, prima di operare una scelta o prendere una decisione, per prima cosa, riflettiamo sui profitti che ne potremmo trarre. È la società contemporanea che ce lo impone.

La realtà in cui viviamo, infatti, ci ha inseriti in un circuito che ci sollecita a rincorrere spasmodicamente uno scopo utile, facendoci dimenticare cosa significhi agire solo per il piacere di farlo, per ottenerne un beneficio “astratto”, di gioia e appagamento emotivo. A regolare ogni nostra azione, invece, è il profitto materiale, il guadagno concreto a breve o a lungo termine. Questo atteggiamento alimenta una logica materialista ed egoista, che ci allontana dal soddisfare il piacere dell’anima e della mente, e ci porta ad assecondare sempre meno le nostre inclinazioni naturali.

A guardar bene, tuttavia, la società attuale sembra che abbia soltanto ereditato e, al massimo, accentuato una logica che è connaturata nell’uomo già da tempo immemore. Sono i grandi pensatori del passato che, come spesso accade, ce ne danno prova. In particolare, emblematico è l’aneddoto che vede protagonista Socrate. Il filosofo, in attesa di assumere la cicuta che ne avrebbe causato la morte, suonava il flauto, con l’intento di apprendere una nuova melodia. Gli chiesero: – “A cosa ti serve?”; la sua risposta fu: – “A sapere questa melodia prima di morire”.

Nello stupore generale dei presenti e, probabilmente, anche nel nostro, nel leggere una simile motivazione, la lezione di Socrate è più che mai illuminante: inseguire l’utile non è il solo modo per ottenere dei benefici; non serve ridurre tutto ad un vantaggio materiale, immediato. Spesso è più “utile” agire in modo disinteressato, per avvicinarci agli altri e a noi stessi.

Elena Lombardo –  IV A

Liceo scientifico- opzione scienze applicate- “Empedocle” (Me)

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