CELLULE STAMINALI RIPROGRAMMATE VS PARKINSON

Qualche giorno fa è avvenuto un importante evento nel settore medico, che costituisce l’ennesima prova dei consistenti progressi che l’ingegneria biomedica sta compiendo ed i cui effetti condurranno la medicina a compiere scoperte sempre più sensazionali. È proprio in Giappone, ad opera dell’equipe medica del neurochirurgo Takayuki Kikuchi dell’Ospedale universitario di Kyoto, che è stato effettuato per la prima volta il trapianto di cellule staminali “riprogrammate” contro il Parkinson.

Si tratta di una malattia neurodegenerativa, ad evoluzione lenta, ma progressiva, che fino al giorno d’oggi non ha avuto possibilità di cura, ma che, per cause sconosciute, colpisce milioni e milioni di soggetti ogni anno. Tale patologia va ad interessare le regioni cerebrali adibite alle funzioni di equilibrio e coordinazione. Le strutture principalmente coinvolte si trovano nelle aree profonde dell’encefalo note come gangli della base, la cui funzione è proprio quella di gestire i movimenti. Le cellule neuronali che costituiscono queste zone cerebrali producono dei neurotrasmettitori, sostanze chimiche essenziali per la trasmissione degli impulsi nervosi, in particolare dopamina. La malattia di Parkinson provoca proprio la degenerazione di queste cellule, le quali producendo meno dopamina, non trasmetteranno correttamente gli impulsi elettrici, provocando in questo modo problemi di natura motoria, tremori e rigidità, e anche cognitiva. La malattia può infatti colpire anche altre cellule nervose, e ciò spiega la presenza di sintomi addizionali come problemi del sonno, della motivazione, del pensiero e così via.

Concentrandosi su come potere ripristinare il normale funzionamento di tali cellule, l’equipe giapponese guidata dal ricercatore Shinya Yamanaka, è giunta a produrre delle cellule embrionali senza un’identità, ovvero senza una specializzazione. La creazione di queste staminali risale a 5 anni fa ed è valso allo scienziato il Nobel per la medicina, ma il loro impianto in un soggetto umano, finalizzato alla cura di una patologia come il Parkinson, è avvenuto solo di recente. Queste cellule, dette staminali pluripotenti indotte (iPS), sono state prodotte, in passato, attraverso la riprogrammazione di cellule adulte in laboratorio, attuata mediante la combinazione di quattro geni che hanno, per così dire, “riportato indietro l’orologio” delle cellule malate fino ad uno stato di immaturità, in cui non sono specializzate in alcuna funzione.

Gli scienziati della squadra medica di Kikuchi hanno adottato tale tecnica per produrre un determinato tipo di cellule, specializzate nella produzione della dopamina, con l’intento di impiantarle in soggetti umani per sostituire quelle malate. Tali cellule “riprogrammate” hanno portato notevoli miglioramenti in scimmie affette da Parkinson, dunque la terapia è giunta adesso a beneficio dell’uomo.

Per l’appunto, proprio qualche giorno fa, durante una procedura durata circa tre ore, l’equipe giapponese ha eseguito un trapianto di 2,4 milioni di cellule precursori della dopamina, depositandole in 12 siti, noti come centri di attività di questo neurotrasmettitore. I medici spiegano che fino ad ora il paziente non ha presentato risposte immunitarie né reazioni avverse di qualsiasi altro tipo, ma il gruppo lo terrà in osservazione per sei mesi, in modo tale da poter impiantare altre 2,4 milioni di cellule, qualora non si verificasse alcuna complicanza. Il progetto prevede di applicare la terapia anche ad altri sei pazienti affetti da malattia Parkinson in modo da testarne nuovamente l’efficacia e consentire il sicuro utilizzo del trattamento entro il 2020.

L’approccio medico utilizzato per la realizzazione di questa impresa è indice di un sensazionale passo in avanti della medicina biomedica. L’individuazione e l’utilizzo dei diversi fattori favorenti nelle fasi di specializzazione delle varie cellule, infatti potrebbe essere funzionale alla reindirizzazione del destino di ogni tipo di cellula, a cominciare dalle cellule patologiche, come quelle della psoriasi, o quelle tumorali “riprogrammandole”, per arrivare ad impedirne la degenerazione, nel caso di malattie come l’Alzheimer o il Parkinson, o a regolare i geni che favoriscono l’invecchiamento cellulare. Ciò che garantisce l’efficacia di questa strategia, sta nel fatto che ogni intervento che viene effettuato alle cellule segue la normale fisiologia biologica e non implica manipolazioni genetiche nei pazienti: si limita a “riorganizzare” le informazioni di cui la cellula è già in possesso.

Arianna Torre IV C BS

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