Il caso Cucchi: una storia infinita

Stefano Cucchi era un geometra romano di trentuno anni che, nella tarda serata del 15 ottobre 2009, venne fermato dai carabinieri, in Via Lemonia a Roma, per essere stato colto in flagrante mentre spacciava una bustina di hashish. Alla perquisizione, i militari dell’Arma lo trovarono inoltre in possesso di altre dosi di hashish, di cocaina e di alcune pastiglie per l’epilessia di cui soffriva. Portato alla più vicina Stazione dei Carabinieri, quella notte il giovane passava addirittura attraverso due diverse caserme, prima sulla Appia e poi in quella di Tor Sapienza, dove trascorreva la notte, posto in regime di custodia cautelare. L’indomani il giudice, disponeva, con processo per direttissima, il suo arresto e il suo trasferimento presso il penitenziario di Regina Coeli in attesa dell’udienza fissata al 13 novembre. Stefano morirà, il 22 ottobre, appena una settimana dall’arresto, presso il reparto di medicina protetta dell’ospedale capitolino Sandro Pertini. Dopo il suo decesso vennero formulate numerose ipotesi sulla sua morte: tossicodipendenza, anoressia, epilessia, pregresse condizioni fisiche, ma, nessuna, come la conseguenza di un vero e proprio pestaggio subito.

La famiglia, per rispondere ad una campagna che aveva incominciato a dipingere Cucchi come un tossicomane senza nessuna credibilità, pubblicò le foto choc, tristemente note del ragazzo, scattate all’obitorio dopo l’autopsia: un corpo dalla magrezza scheletrica, un viso con una impressionante maschera violacea intorno agli occhi, l’occhio destro rientrato nell’orbita, l’arcata sopraccigliare sinistra gonfia, la mascella destra con un solco verticale, segno di frattura… La sorella di Stefano, Ilaria Cucchi, assieme ai genitori incominciò la sua battaglia per giungere alla verità sulla morte del fratello. Da allora ad oggi, sono trascorsi nove anni, sette anni di processi che hanno visto oltre 40 udienze, perizie, maxi perizie, deposizioni di oltre un centinaio di testimoni e decine di consulenti tecnici ascoltati. Nel settembre del 2015, su espressa richiesta dei familiari, la Procura della Repubblica di Roma, riapriva un fascicolo d’indagine in particolare nei confronti dei carabinieri presenti nelle due caserme dove avvenne, prima l’identificazione e poi la custodia in camera di sicurezza. L’11 ottobre 2018, il processo ha avuto una svolta, dopo che uno degli imputati, Francesco Tedesco, ha ammesso l’avvenuto pestaggio di Cucchi chiamando in causa i suoi colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro. Il Tedesco ha dichiarato di essere stato presente al pestaggio ma di non avervi materialmente partecipato, avendo anzi chiesto ai colleghi di smettere. L’inchiesta si è chiusa con la richiesta, da parte della Procura di Roma, del rinvio a giudizio di cinque carabinieri coinvolti, tre dei quali dovranno rispondere di omicidio preterintenzionale pluriaggravato da futili motivi e dalla minorata difesa della vittima, abuso di autorità contro arrestati e calunnie. Questa terribile vicenda mi ha fatto riflettere sul fatto che un carabiniere, prima di essere un garante della sicurezza e del rispetto delle leggi, è un uomo, e come tale è potenzialmente capace di fare del male al proprio simile così come dice Salvatore Quasimodo nella sua bellissima poesia “Uomo del mio tempo”. “Sei sempre quello della pietra e della fionda…” La natura umana è immutabile, una natura perfida, fatta di istinti, pulsioni, di egoismi di cattiverie. Secoli e millenni di civiltà e di progressi non sono riusciti a mutare l’istinto dell’uomo di fare del male al fratello. Il caso Cucchi, come tanti altri è un grave fatto di cronaca, in cui probabilmente i colpevoli non sono solo quelli che hanno riempito di botte il ragazzo, ma anche coloro che hanno permesso, che per quasi dieci anni, non si sapesse la verità. Ammirevole mi è parso l’attivismo, grande la forza e immenso l’amore della sorella di Cucchi che sta continuando a fare di tutto affinché si giunga alla verità. La foto choc del cadavere scheletrico di Stefano Cucchi sul tavolo autoptico, resterà per sempre impressa nella mente di tutti noi italiani, e spero tanto che, nel ricordarlo, non si verifichino più atti di tale violenza in quei luoghi dove è proprio la violenza che dovrebbe essere condannata.

 

Fabrizio Criscenti III C

I.C. Mazzini-Messina

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