Se questo è un bambino

Io ho un sogno, che un giorno i figli di coloro che furono schiavi e i figli di coloro che possedettero schiavi potranno sedere insieme al tavolo della fratellanza” disse Martin Luther King in un celebre discorso.

Almeno nove milioni di bambini nel mondo vivono in condizioni di schiavitù. Quest’ultima non è una vergogna del passato: secondo l’Organizzazione internazionale del Lavoro (Ilo), i nuovi schiavi raggiungono oggi i 40 milioni. Un quarto sono bambini, intrappolati nella prostituzione, venduti per saldare debiti familiari, arruolati negli eserciti. Se allarghiamo ai numeri sul lavoro minorile, il totale è 151 milioni, spesso under 14. A cinque anni, Kobina è stato trascinato dallo zio sul lago Volta, in Ghana, per lavorare 10 ore al giorno con i pescatori: 7 anni dopo è riuscito a fuggire, riprendendosi la sua infanzia. Rafael Ferreira ha trascorso l’adolescenza a zappare in una fattoria nel Mato Grosso, in Brasile, per ripagare un debito del padre. La 14enne Henriette Siliadin è stata portata dal Togo in Francia, dove s’è ritrovata domestica senza paga e rovinata dalle botte, finchè ha avuto il coraggio di denunciare.

Il 2 dicembre è la giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù. La data chiaramente richiama quella del 2 dicembre 1949, in cui fu approvata, da parte dell’Assemblea generale, la Convenzione delle Nazioni Unite per la repressione del traffico di persone e dello sfruttamento della prostituzione. L’obiettivo della giornata è quello di porre sotto la lente d’ingrandimento le nuove forme di schiavitù per poterle sradicare.

“Nessuna nazione è immune”, precisa Guy Ryder, direttore di Ilo. “E il settore privato non è il solo responsabile. Gli Stati stessi, infatti, sfruttano quattro milioni di persone, fra lavoro obbligatorio, lavoro in carcere e abuso della leva”. Con la campagna 50 per la libertà, Ilo e altre 19 organizzazioni mirano a persuadere 50 Stati a ratificare il Protocollo contro il lavoro forzato. Finora c’è l’avallo di 21 Paesi, quasi tutti in Europa (l’Italia no), quattro in Africa e nessuno in Asia. “E’ un business da 150 miliardi di dollari annui”, spiega l’indiana Rani Hong, in prima linea contro questa piaga. Originaria del Kerala, Rani è stata rapita a 7 anni, schiavizzata e venduta con un’adozione illegale. Oggi aiuta lo Stato di Washington, dove vive, a dotarsi di una legge contro il traffico di esseri umani. “Parlo per chi non ha voce”, dice. “Milioni di bambini che non possono raccontare le proprie storie”.

Si deve combattere per mettere fine alle nuove forme di schiavitù in modo che il sogno di Martin Luther King, che è morto a causa della sua lotta per la parità dei diritti di tutti gli uomini, diventi realtà in tutto il mondo.

Martina Patti II C BS

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