Alla scoperta di Palermo e dei suoi tesori

Si sta quasi per chiudere il 2018 e con esso l’anno in cui è stata dichiarata “Capitale italiana della Cultura” la città di Palermo, capoluogo siciliano che però spesso nemmeno i siciliani conoscono bene. Palermo, infatti, dal 3 luglio 2015 dichiarata per il suo “Itinerario Arabo-Normanno” “Patrimonio dell’Umanità” dall’UNESCO, non si ferma solo a questo periodo storico artistico ma reca testimonianze molto importanti anche della successiva arte barocca e Liberty.

il-castello-della-zisa

Anche tra gli edifici di impronta arabo-normanna ve ne sono alcuni che, per i successivi rimaneggiamenti o per il progressivo abbandono e degrado, come nel caso del “Palazzo della Zisa”, non sono annoverati nel percorso UNESCO, ma sono senza dubbio anch’essi meritevoli di essere ammirati e valorizzati.

E’ questo il caso della Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, più nota come “Chiesa della Martorana” che, affacciata sulla meravigliosa piazza Bellini, è uno degli esempi più belli di edificio arabo-normanno palermitano pur presentando anche numerosi elementi appartenenti all’arte bizantina e barocca. Nata come cappella privata, essa venne realizzata nel 1143 per volere di Giorgio d’Antiochia, ammiraglio bizantino del re normanno Ruggero II che, per le sue capacità militari e intellettive, lo aveva scelto come somma guida della sua imponente flotta. La chiesa, in principio, era dedicata a Santa Maria, a cui il soldato era particolarmente devoto per averlo in più occasioni protetto nel suo pericoloso lavoro in mare aperto.

È adesso invece dedicata a San Nicolò dei Greci e fu proprio grazie alla sua influenza che la costruzione ancora oggi gode del vantaggio di possedere sia la struttura arabo-normanna, completa di decorazioni in stile geometrico, che di mosaici e affreschi tipici dell’arte bizantina. Essa prende il nome più conosciuto di “chiesa della Martorana” da Eloisa Martorana, fondatrice del convento ubicato nei suoi pressi, alle monache del quale sarà più tardi, nel 1453, ceduta; monache che inventarono proprio in quel periodo un tipico dolce molto caro ai siciliani: la “frutta martorana”. In origine la chiesa era preceduta da un portico con atrio e dal campanile, visibile ancora oggi, e l’interno della parte antica era decorato con mosaici di eccellente fattura che le donano ancora oggi pregio e fasto. Era di rito cattolico-bizantino poiché un gruppo di albanesi, in seguito alla conquista del loro territorio da parte dei Turchi, decise di scappare e rifugiarsi nel sud Italia, dove chiese aiuto al Papa: i suoi sacerdoti erano quindi cattolici ma fedeli anche alle loro tradizioni cosicché, ad esempio, potevano sposarsi. La “Martorana” presenta una pianta a croce greca, allungata con il nartece, e l’esterno semplice, sobrio, povero, non lascia immaginare un interno molto ricco e fastoso reso ancora più prezioso da raffinati ornamenti e raffigurazioni. Al centro della costruzione troviamo il soffitto che, da quadrato, s’innalza in ottagono fino a diventare un cerchio. Questa tipica struttura simboleggiava la perfezione del cielo nella sua circolarità in contrapposizione alla terra nella sua quadratura. Inoltre ciò serviva per rappresentare al meglio i “personaggi”:

il Cristo Pantocratore (creatore di tutte le cose dal greco pas, pasa, pan = tutto, e kràtein= dominare con forza, avere in pugno) a figura intera, seduto sul trono mentre appoggia i piedi sulla Terra come se fosse uno sgabello, con la mano destra in atto di benedire, mentre con la sinistra tiene il Vangelo; e intorno a lui gli angeli, con le mani coperte poiché troppo vicine alla divinità. Nella cornice del cerchio che circonda il Cristo è scritto: “Io sono la luce del mondo – chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” . Più in basso sono raffigurati i profeti, poi i quattro evangelisti con accanto scritta la prima frase del proprio vangelo, situati nelle nicchie che permettono il passaggio dalla forma quadrata a ottagonale. Il Cristo Pantocratore è inoltre presentato con il libro chiuso, simboleggiando Dio, che non si è ancora manifestato.

Un altro dettaglio è quello della differenza tra i profeti e gli apostoli, rappresentati in alcune pareti: infatti questi ultimi tengono in mano un papiro ancora arrotolato, che significa che racconteranno la storia di Cristo dopo la sua morte, mentre i profeti hanno il papiro aperto, poiché ciò che avevano predetto si è già avverato. Nella parte alta delle pareti vi sono mosaici bizantini che, a differenza delle altre chiese, non raffigurano parti della Bibbia ma si concentrano sulla Madonna con illustrazioni legate alla sua vita, a partire dall’annunciazione. In quest’ultima si può ammirare un soave arcangelo Gabriele, posto a destra dell’arco, mentre a sinistra è ben visibile Maria mentre fila il velo del tempio; alla sommità dell’arco, al centro della scena, è rappresentato inoltre l’emisfero celeste, da cui esce la mano di Dio tesa verso Maria che emana un raggio che si arresta a una certa distanza da Lei, nel punto in cui si posa una bianca colomba.

La scena della Presentazione di Gesù al tempio vede la Vergine che offre il Bambino a Simeone il Giusto, il quale protende le mani velate verso di Lei. Ma una delle rappresentazione più suggestive è quella della “Natività del Cristo e la Dormition Virgin”. La prima raffigura un bambino in fasce, Gesù, al momento della sua nascita tra le braccia della madre; in prossimità la dormizione: la Madonna compianta dagli apostoli mentre Gesù solleva un bambino in fasce, l’anima di Maria, simbolo di purezza, nell’atto di porgerla ai due angeli che la porteranno in cielo. I due angeli sono pronti per prenderla , però non a mani nude ma con delle fasce bianche in segno di rispetto, proprio come fanno adesso i sacerdoti quando prendono in mano l’eucarestia. Nei catini delle absidiole sono raffigurati Anna e Gioacchino, genitori della Madonna. Abbassando la testa possiamo ammirare la pregevole pavimentazione marmorea in opus sectile (antica tecnica artistica che utilizza marmi tagliati per realizzare pavimentazioni e decorazioni murarie a intarsio) di impronta bizantina anche se molti  motivi ornamentali testimoniano la presenza dell’arte araba, caratterizzata da disegni prettamente geometrici e matematici, ritenute scienze perfette. Questo popolo, infatti, riconoscendo l’assoluta perfezione di Dio non osava raffigurarlo attraverso un’immagine imperfetta qual era, nella loro concezione, quella dell’uomo.

L’unica perfezione era data dai numeri e dalle forme. Per tale motivo troviamo ad esempio ripetutamente il 4+1=5, sempre presente nelle chiese arabe, che rappresenta la terra più il divino, quadrati e cerchi che si sovrappongono e si combinano, riproducendo il “divino perfetto”. Nel ‘700 la chiesa viene ampliata e subisce l’arricchimento di decorazioni appartenenti all’arte barocca, ma le stesse nell’’800, per riportarla allo stile originario, vengono rimosse. Nel periodo della Controriforma, invece, l’abside era stata allargata e decorata in modo da esaltare il potere e la ricchezza della Chiesa, cosicché al centro si trova un dipinto realizzato da Vincenzo da Pavia che rappresenta l’Ascensione, ai lati il marmo mischio, che oltre all’intarsio ha figure che sporgono dal muro; l’iconostasi è assente ma si ha una porta, una specie di basso cancelletto decorato.

Troviamo inoltre vari affreschi che rappresentano la storia di Gesù: vi è ad esempio il dipinto raffigurante la fuga in Egitto. In una parete si può poi notare anche un mosaico raffigurante Gesù che incorona Ruggero II. Il re è ritratto vestito come un imperatore bizantino, mentre china il capo per ricevere la corona dalle mani del Cristo. Quest’ultimo ha lo stesso volto della divinità, a sottolineare il suo essere il rappresentante terreno di Dio, che non ha bisogno che il Papa faccia da intermediario. Il mosaico vuole, pertanto, essere un omaggio di Giorgio di Antiochia al suo re.

Insomma, per la sua ricchezza, per l’arte che raccoglie, per il messaggio religioso che trasmette, indubbiamente la “chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio” o “Chiesa della Martorana” è oggi una Chiesa-Monumento da ammirare e visitare nei suoi molteplici aspetti artistici, architettonici e culturali, da ritenere quindi uno dei più preziosi gioielli di Palermo, sicuramente tra quei tesori che hanno reso possibile il riconoscimento della città “Capitale italiana della Cultura 2018” e di cui noi siciliani dobbiamo essere orgogliosi.

Rita Chiara Scarpaci

Classe II, Scuola Sec. di 1° grado “Foscolo” di Barcellona P.G.

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