“Le cellule muoiono alla velocità di due millimetri all’ora” (repubblica.it)

di EMILIO VITALIANO

La scoperta, pubblicata su Science, è di alcuni ricercatori dell’Università di Stanford in California. Hanno utilizzato le uova di rana per un risultato che può avere implicazioni concrete nella cura di malattie gravi come il cancro o l’Alzheimer

SE QUALCUNO si è mai chiesto la rapidità con cui avanza la morte ora potrà soddisfare la sua curiosità. E’, infatti, di due millimetri all’ora o, se preferite, di 30 micrometri (un milionesimo di metro) al minuto, la velocità in questione e si tratta di un’incredibile misurazione effettuata per la prima volta dagli scienziati dell’Università di Stanford.

Per giungere alla loro conclusione i ricercatori statunitensi impegnati nello studio,  i biologi James Ferrell Jr. e  Xianrui Cheng, hanno utilizzato alcune uova di rana della specie Xenopus laevis e hanno verificato con quale ritmo le cellule entravano in apoptosi. Quest’ultimo è un processo di morte programmata del tutto diverso dalla necrosi cellulare e che proprio per questo avviene in maniera ordinata.
Così facendo costituisce persino un vantaggio per l’organismo, che vede rimanere più o meno invariato il numero delle proprie cellule e può evitare che eventuali danni di una cellula non perfettamente funzionante o impazzita come quelle neoplastiche si diffondano anche alle altre. Insomma, un vero sacrificio studiato che si conosce da tempo e che si sapeva avere una propagazione veloce, ma di cui non si aveva una misurazione effettiva.

E’ proprio qui che sono intervenuti gli scienziati della Standford University che hanno controllato il ritmo di trasmissione delle cosiddette trigger waves (onde scatenanti), il segnale biochimico di autodistruzione, servendosi di una proteina fluorescente verde in grado di illuminarsi durante l’apoptosi indotta nelle uova di rana usate per l’esperimento. Ebbene, la rapidità calcolata (per meglio visualizzare il concetto si può pensare ad un incendio boschivo che si propaga da un unico punto) si è rivelata molto superiore a quella della semplice diffusione, il processo per cui le molecole si spostano da una zona con maggiore concentrazione verso un’altra con caratteristiche opposte.

In conclusione siamo di fronte a un risultato che, all’apparenza, sembra avere un’importanza puramente teorica. In realtà, però, una maggiore comprensione dell’apoptosi ha delle precise implicazioni pratiche. Per esempio, grazie ad una più approfondita conoscenza di questo processo si potrebbero incoraggiare le cellule cancerogene ad uccidere se stesse, oppure a fare il contrario in tutti quei pazienti che soffrono di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer.

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