“Come nascono le parole nuove? C’è qualcuno che le crea?”

La scoperta delle parole perdute e nuove per festeggiare i 100 anni del vocabolario Zingarelli, occasione per riflettere sulla mutabilità delle lingue.

Nel 1917 venivano pubblicati i primi fascicoli dello Zingarelli che, nei suoi cento anni di vita, ha certificato, come un notaio, i cambiamenti della nostra lingua italiana.

Essa, abbiamo ormai imparato, subisce le trasformazioni per innovazioni culturali, tecnologiche e di costume e, nonostante oggi, al tempo dei millennials e dei social network, le parole sembra non abbiano più ragione d’esistere nel descrivere la realtà e anche la nostra fantasia, risulta indispensabile studiare più approfonditamente la lingua italiana e soprattutto il suo lessico per far comprendere e apprezzare ai giovani come nascono le parole, come la lingua cambia nel corso del tempo, come il passato, il presente e il futuro si intrecciano sempre nella tradizione parlata e in quella scritta.  È essenziale sapere che le parole vanno cercate con impegno e con curiosità; a volte esse vengono da sole, dal nostro cuore, altre volte invece è la mente ad operare ma sempre, comunque, è in atto una ricerca per testimoniare come la lingua sia viva, sempre e ovunque.

La spinta di Internet, l’emergere di nuovi fenomeni e di nuove sfide sociali, a partire dalla necessità di volgere al femminile termini fino a poco tempo fa declinati solo al maschile, il fiume di sigle e parole straniere che contaminano parlato e scritto, stanno cambiando il modo di comunicare con una velocità e con una forza che non si sono mai registrate prima.

Le ultime parole accolte nel vocabolario Zingarelli fanno riflettere: c’è, per esempio emoji, oppure meetup, cattivista e carognaggine o ancora pitonato, bullizzare e piacionismo, che fanno da specchio a quelle della politica e della cronaca: antieuro, foreign fighter, svuotacarceri,  antieuropeismo, salafismo, stepchild adoption.

Straordinaria vitalità è rappresentata anche dalle espressioni giovanili: un caso emblematico è scialla: se apriamo il dizionario troviamo che l’origine del termine può essere più o meno ignota o misteriosa. In realtà, oggi c’è un fenomeno che sta tornando in tutta Italia e che è il “riocontra” e cioè l’italiano al contrario e scialla potrebbe essere una parola che, proprio perché è il contrario di un’altra, potrebbe avere dietro di sé lascia, scialla stai tranquillo, lascia stare.

Così troveremo anche parole derivate dal siciliano come babbio, schifio o pizzino. Per tanti termini pensiamo a Camilleri che ci ha riconsegnato una letteratura vivacissima che è diventata oramai nazionale o alla lingua della gastronomia: caponata, pane carasau, ghiotta…. E’ ovvio che tutti questi termini che passano per la Sicilia, per le altre nostre regioni o per le tantissime tradizioni culinarie nostrane hanno non solo la possibilità di durare a lungo e di essere continuamente alimentate ma di essere esportate sul territorio nazionale.

Il nostro percorso di vita individuale e sociale è parallelo all’evoluzione della lingua ma il tentativo di rappresentare al meglio la società di oggi non deve farci inciampare né, tanto meno, dimenticare la necessità di salvare ricchezza e fondamenta del nostro modo di parlare e scrivere.

Franca Genovese

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